- l’oscurita'
d’animi erranti -
Capitolo X
( Michele )
Martedì - Milano
Mi sveglio rabbrividendo per il freddo sebbene
sia avvolto dalla trapunta.
La sensazione di pace e di calore quasi soffocante che mi ha pervaso
questa notte mentre lo stringevo tra le braccia, ha lasciato il
posto al freddo del letto vuoto.
Posso ancora sentire il profumo della sua pelle.
Mi giro mettendomi supino e rimanendo immobile con le braccia aperte
e una mano che mi copre gli occhi, cullato dal rumore dell’acqua
della doccia che proviene dalla porta lasciata aperta del piccolo
bagno comunicante.
Perso nei pensieri non mi accorgo nemmeno del tempo che passa, fino
a che non sento i passi di Joël accanto al letto. Allora apro
gli occhi e mentre mi alzo lo saluto con la voce ancora impastata
dal sonno.
Mi saluta distrattamente mentre dandomi le spalle cerca i vestiti
nel cassetto con solo un asciugamano avvolto attorno alla vita.
Faccio qualche passo verso di lui stupendomi del desiderio che mi
pervade di spingerlo sul letto e fare l’amore con lui, farlo
mio fino ad averne la forza.
Scuoto la testa dandomi dell’idiota, la posizione di Joël
sull’argomento è chiara, si farebbe torturare piuttosto
che essere posseduto da un altro uomo … e soprattutto da me.
Faccio ancora qualche passo fino ad essergli accanto
e dico:
« Volevo chiederti scusa per quello che ho
detto domenica, non avrei dovuto! »
« Perché? In fondo è la verità,
sappiamo entrambi che l’unica cosa che m’interessa è
venire a letto con te »
Il suo tono è talmente freddo e neutro che
mi vengono quasi i brividi. Mi chiedo se sia davvero ciò
che pensa, eppure domenica mi è parso di scorgere una vena
di tristezza nel suo sguardo. Anche se credo sia più probabile
che me lo sia immaginato come ho sperato fino all’ultimo che
smentisse le mie accuse invece che appoggiarle come in questo momento.
Sono stato uno stupido ad illudermi ed ancor più a pensare
che il discorso fosse terminato. Dopo aver estratto dal cassetto
una maglietta si gira appena verso di me e mi dice:
« Infondo nemmeno tu sei mosso da profondi
sentimenti nei miei confronti, so bene che vorresti essere in un
altro letto ora … ma Maximilian non è un finocchio
come noi … e per di più non hai abbastanza fegato per
dirglielo e … sei troppo debole per dirmi che non vuoi venire
a letto con me, così mi lasci fare ciò che voglio
… … mi sbaglio forse?? »
« Pensa pure ciò che vuoi »
Il mio tono è quasi annoiato o forse sarebbe
più corretto dire rassegnato.
Non ho la forza per controbattere, per litigare perché ho
paura di non poter controllare le mie parole. Perché se solo
cercassi di controbattere gli rinfaccerei tutto il dolore che provo
ogni volta che m’insulta, ogni volta che usa questo tono sprezzante.
Non credo sarei in grado di rimanere impassibile dopo l’ennesima
discussione. Non ho la forza di affrontarlo con apparente tranquillità
come ho fatto per anni.
Finito di parlare mi giro e mi dirigo nuovamente verso il letto
facendo intendere che per quanto mi riguarda il discorso è
finito.
Tuttavia lui non sembra pensarla allo stesso modo, così si
volta completamente verso di me e arrabbiato mi dice:
« Non sopporto quando fai così! Ti
ripari sempre dietro il tuo atteggiamento educatamente distaccato
e non rispondi mai alle domande »
« Non ti farebbero piacere le mie risposte
»
« Piantala! »
« Vuoi la verità?? Per me non sei
il sostituto di Maximilian. Non gli somigli affatto, se fossi come
lui non faresti certi discorsi stupidi! »
Lo fisso con decisione ma presto la rabbia che
ha caratterizzato le mie parole si dissolve mentre osservo i suoi
occhi leggermente spalancati.
Mi pento immediatamente delle mie parole.
Sono stufo di lottare con lui e con me stesso ogni istante.
Sono stanco che si prenda gioco di me, che mi ferisca
…
Ma alla fine sono sempre io a pentirmi, a chiedergli scusa
…
Per una volta vorrei che fosse lui ad accorgersi del male che mi
fa ogni volta che mi usa come passatempo per la notte mentre la
sua mente pensa a qualcun altro che non sono io, ogni volta che
litighiamo … ogni volta che le nostre anime sono vicine.
« Perdonami … sei in grado di farmi
perdere il controllo con così tanta facilità che mi
spaventa! »
« Perché tutte le volte che discutiamo
hai gli occhi tristi? »
La sua domanda mi stupisce, lo fisso, muto, per
qualche istante poi rispondo con semplicità:
« Mi fai male quando m’insulti e mi
tratti male »
« Idiota! »
Scuoto la testa ormai senza più forze per
ribattere.
Per un istante mi ero illuso.
…
Mi volto e mi dirigo senza aggiungere altro verso la porta quando
improvvisamente due braccia mi cingono la vita e con una presa stretta
mi costringono a rimanere immobile. Fa aderire il suo petto alla
mia schiena e appoggia il viso all’altezza della mia scapola.
Non dice nulla ma la sua stretta si fa più dolce trasformandosi
in un abbraccio deciso.
Credo sia il suo modo di chiedermi scusa … o forse è
solamente un’altra illusione.
Però è così caldo il suo abbraccio.
°°° °°°
(Joël)
Non sono mai stato bravo a scusarmi … non
ho mai voluto scusarmi, anzi non mi è mai interessato farlo,
non l’ho mai ritenuto necessario perché se le mie parole
o i miei gesti danno fastidio a qualcuno non m’interessa
…
Solo ora, mentre lo stringo tra le braccia in un goffo tentativo
di scuse mi accorgo di cosa voglia dire davvero chiedere scusa ad
un’altra persona: soffrire tanto per il dolore che tu stesso
hai causato ad un’altra persona.
Quando ho cominciato a interessarmi della sofferenza
di Michele? … da quando ho smesso di vederlo solamente come
un mezzo per vendicarmi? … vendicarmi di lui… di me
stesso e … di mio padre? Volevo vendicarmi di mio padre…
detestavo il modo in cui mi guardava, si sentiva migliore di me
solo perché io amo suonare il pianoforte, quale figlio non
avrebbe seguito le orme del padre solo per schiacciare dei tasti?
Ero davvero convinto che fottendomi il suo migliore ingegnere, il
figlio che avrebbe voluto avere, avrei potuto far soffrire mio padre
anche solo un decimo di quanto abbia fatto lui con me … eppure
non sono mai riuscito a rinfacciargli ciò che facevo al suo
pupillo quando veniva a casa nostra. Beh ora suppongo che non si
sarebbe stupito molto.
Michele? … più che vendetta era ed è tuttora
invidia. All’inizio lo detestavo perché mio padre lo
considerava perfetto … ma in fin dei conti si avvicina molto
alla perfezione.
È sempre così dannatamente perfetto in tutto, senza
nemmeno rendersene conto … è perfetto anche in questo,
non sapere di esserlo.
Invano tento di convincermi di essere migliore di lui, me lo ripeto
all’infinito ma se mi fermo un solo istante mi accorgo di
quanto sia cruda la realtà.
Per questo quella sera l’ho preso con la forza … volevo
che l’indomani si sentisse uno schifo. Ma così non
fu.
Doveva essere una volta sola … solo una …
Ma il giorno dopo ero ancora da lui … per farlo soffrire …
per sentirmi migliore di lui.
E perché non potevo più farne a meno, ma di questo
me ne sono accorto solo dopo ed era troppo tardi
Perché pur detestandolo ora lo stringo tra
le braccia? Anzi mi aggrappo a lui come un naufrago?
*** ***
Non dovrei essere qui.
Percorro il corridoio in fondo al quale vi è l’ufficio
di Michele. Gli uffici sono quasi deserti. Tutti i dipendenti sono
già usciti ma inconsciamente spero che Michele sia ancora
nel suo ufficio.
In fondo non so nemmeno il perché mi trovi qui.
Ha importanza?
Credo di sì … eppure …
Avrei dovuto prendere l’ascensore e scendere fino al piano
terra, uscire, magari stringermi nel cappotto per il freddo e tornare
a casa.
Invece con l’ascensore ho fatto solamente un piano e ora sono
qui e non so nemmeno il motivo.
Certo non ho voglia di tornare a casa da solo e spero che faccia
la strada con me ma non sono tanto stupido da illudermi che questo
sia il vero motivo.
Sarebbe normale e tutto più semplice se fossimo compagni
o semplicemente amici … sarebbe tutto normale … ma noi
non siamo né amici né compagni e mai potremmo esserlo,
perché non lo vogliamo o forse sono solo io a non volerlo.
Non si può essere amici con una persona che si odia …
oddio forse odiare è una parola grossa, sarebbe più
corretto dire che lo detesto … o forse non sopporto solo l’immagine
che ho di lui.
Alzo lo sguardo quando sento delle voci nel corridoio.
Sulla porta del suo ufficio c’è Michele insieme a due
colleghi, beh anche miei dipendenti. Spegne la luce e cominciano
a camminare lungo il corridoio, venendomi incontro, o meglio, dirigendosi
verso l’ascensore. Quando c’incrociamo mi sorride e
forse mi avrebbe anche salutato se non avesse incrociato il mio
sguardo freddo.
Io mi limito a salutare in modo formale, saluto
rivolto più ai due uomini che lo accompagnano che a lui.
Poi proseguo fino a raggiungere le scale.
Mentre è fermo ad aspettare l’ascensore vedo con la
coda dell’occhio che si volta verso di me a guardarmi. Io
non mi giro e imbocco le scale. Cammino lentamente in modo da non
doverli incontrare nuovamente nella hall.
Quando arrivo al piano terra, infatti, non c’è nessuno
ad eccezione del portiere che mi saluta educatamente. Faccio solo
qualche passo verso la porta a vetri e mi accorgo di una figura
ferma, appena fuori. Mi ci vuole solo un istante per riconoscere
Michele, sebbene mi dia le spalle.
Appena esco si volta verso di me e sorridendo mi dice:
« Ciao … ti andrebbe di fare la strada
insieme? »
Mi ha aspettato.
A volte penso abbia una sensibilità particolare, altrimenti
non mi spiegherei perché è in grado di fare ciò
che desidero senza nemmeno che glielo chieda.
Sorrido … un sorriso caldo, potrei quasi dire felice.
Anche lui sorride.
In poco tempo raggiungiamo Corso Vittorio Emanuele dove la gente
si affolla per comprare i regali sebbene manchino ancora due settimane
a Natale. L’atmosfera che si respira in questo periodo è
davvero incantevole e nell’aria che profuma di neve si può
percepire la frenesia e le mille aspettative della persone.
Camminiamo sotto il portico lasciandoci portare dal movimento incessante
e frenetico delle persone che camminano. Mi perdo ad osservare le
persone che mi circondano, chi felice, chi arrabbiato o triste,
vi è chi si ferma di fronte alla vetrina luccicante di qualche
negozio o chi si ferma semplicemente ad osservare il grande albero
posto al centro della piazza, incantato forse dal fascino di una
città addobbata a festa.
Improvvisamente mi accorgo che Michele non è più accanto
a me, mi volto cercandolo sebbene non sia facile scorgerlo tra tutta
questa gente. Alla fine lo vedo venirmi incontro cercando di superare
due vecchietti carichi di pacchi, chissà magari i regali
per i loro nipoti.
Si ferma accanto a me, lo guardo un istante poi gli prendo la mano
e ricomincio a camminare dicendo:
« Così non ti perdo più »
Lui non dice nulla, forse sorride, non so perché
cammina alle mie spalle. Lentamente la mia stretta si fa meno forte
e lui intreccia le dita con le mie. Lo trascino fino ad una vetrina.
Si ferma alle mie spalle dato che non c’è molto posto.
La sua mano abbandona la mia e io rimango immobile sperando che
la riprenda in fretta, e così fa, questa volta però
con l’altra mano.
Non appena sento nuovamente la sua mano avvolgere la mia involontariamente
stringo la presa come se avessi paura che potesse lasciarla nuovamente.
All’improvviso sento il suo corpo farsi più vicino
fino a sfiorarlo appena e poi improvvisamente in nostri corpi si
toccano. Rimango immobile mentre lui si scusa dicendomi che c’è
troppa gente e lo spingono, ma in fondo non m’interessa.
Mi piace stare così.
Non dovrebbe … forse.
Ma infondo adesso non mi importa nulla.
Appoggio la schiena al suo petto e senza rendermene conto porto
il suo braccio a cingermi la vita mentre sento il calore del suo
corpo avvolgermi.
Ormai non guardo più nemmeno ciò che è esposto
in vetrina ma solamente il nostro riflesso sul vetro.
Sembro così piccolo tra la sue braccia … è più
alto di me di circa dieci centimetri e le sue spalle sono larghe
e le braccia forti.
Istintivamente mi appoggio a lui … affidandomi a lui. Lentamente
tutto ciò che ci circonda diventa un’immagine sbiadita,
un brusio lontano … tutto diventa insignificante tranne l’immagine
riflessa sulla vetrina dei nostri due corpi intrecciati, mi perdo
a guardala, a seguirne i contorni, quasi incantato, rapito dalla
dolcezza del suo viso mentre mi stringe tra le braccia … e
forse l’idea di noi due come compagni, che ho sempre aborrito
con tutto me stesso … forse non è una follia.
Sono le sue parole a scuotermi, a ricordarmi dove
siamo e chi siamo. A farmi capire l’assurdità dei miei
pensieri così mi allontano da lui e ricomincio a camminare.
La sua mano però è ancora stretta
nella mia.
Presto siamo alla fermata del tram, dobbiamo fare
solo qualche fermata ma oggi sono stanco e non ho voglia di camminare.
Siamo fermi sul marciapiede quando un ragazzo mi viene addosso.
Mi volto appena verso di lui e il ragazzo che lo accompagna, aspettando
delle scuse. Mi guarda, poi passa ad osservare Michele un’occhiata
veloce, arrogante, forse è proprio il modo in cui lo ha guardato
ad innervosirmi . Poi la sua attenzione si ferma sulle nostre dita
intrecciate, solo un istante, ma per me è fin troppo.
« Che schifo! »
A quelle parole mi irrigidisco, a stento trattengo
la rabbia. Per questi due ragazzini stupidi e arroganti e per il
mio comportamento stupido perché tenendo la mano ad un altro
ragazzo è inevitabile ricevere insulti, occhiate fugaci dai
passanti più timidi e sguardi di ammonimento dai più
sfacciati.
« Non dovrebbero permettervi di andare in
giro »
« Perché? »
Chiedo tranquillamente, semplicemente con tono
di sfida, che lui accetta
« Perché mi fate schifo! »
Gli afferro il bavero del cappotto e con voce bassa
e decisa gli dico:
« Ripetilo … »
Probabilmente l’avrei picchiato, forse quello
che si merita, forse quello di cui io ho bisogno, tuttavia interviene
Michele che con decisione mi allontana dal ragazzo e mi dice:
« Lascia stare … andiamocene! »
E’ arrabbiato anche lui, lo capisco dalla
sua voce, autoritaria e sicura come sempre ma ora stranamente tagliente,
fredda. Io protesto ma mi basta incontrare il suo sguardo per chetarmi.
Faccio come vuole lui e mentre mi volto per andarmene il ragazzo
alle mie spalle aggiunge:
« Fai bene a dar retta alla tua donna »
La risata che segue quella frase mi risulta insopportabile.
Tuttavia Michele mi trascina via.
« Perché? Si meriterebbe di essere
picchiato … »
« E’ inutile! »
Mi volto verso di lui sorpreso dal suo comportamento
e dalla sua voce triste e rassegnata, almeno così sembra
a me.
Eppure il suo sguardo è sicuro, fisso di fronte a se, non
c’è traccia di rassegnazione sul suo volto …
anzi non vi è nessun sentimento sul suo volto, nella sua
espressione, nei suoi gesti.
Sento più freddo ora che il suo sorriso è scomparso.
Camminiamo uno di fianco all’altro senza
parlare quasi fino a casa, ma alla fine non resisto e lo fermo prendendogli
delicatamente il braccio. Tuttavia quando si volta verso di me non
riesco a chiedergli nulla. Lui mi fissa qualche istante poi capisce,
accenna un tiepido sorriso e mi dice:
« Non preoccuparti … va tutto bene
… solo ricordi, tutto qui »
Io non chiedo più nulla però quando
chiudo la porta di casa alle mie spalle, ormai solo, ripenso alle
sue parole.
Mi rendo conto di non sapere quasi nulla di lui e niente del suo
passato.
E inaspettatamente questo mi rende triste.