- l’oscurita'
d’animi erranti -
Capitolo II
( Maximilian )
Sento freddo, mi giro nel letto cercando la trapunta,
ma intorno al mio corpo trovo solo l’aria fresca di questa
mattina d’inverno, poi sento la voce di Joël
« Maximilan svegliati! … datti una
mossa che dobbiamo andare! »
« dove? »
« al cimitero! te l’ho detto ieri,
è possibile che non ti ricordi mai niente di quello che ti
dico? A volte mi chiedo se mi ascolti o pensi solo ai cazzi tuoi!
»
***
per raggiungere la tomba dei nostri genitori dobbiamo
attraversare tutto il cimitero.
C’è molta gente che come noi va a trovare i propri
defunti. Vedo solo le ombre sfumate e sento il loro vociare mentre
cammino un po’ confuso, non sono abituato a camminare all’aperto,
è così difficile, in casa ormai sono abituato, so
perfettamente la collocazione di ogni cosa e anche se non la vedo
non è un grosso problema. Trovarmi però in un luogo
a me relativamente sconosciuto mi disorienta. A volte mi sembra
di impazzire vedendo delle ombre accanto a me senza riuscire a capire
a cosa o a chi appartengono.
La confusione che mi avvolge mi costringe a camminare lentamente
innervosendomi al contempo.
Sto camminando quando qualcuno mi viene addosso o forse è
il contrario non lo so. Si scusa prima di ricominciare a camminare.
Io rimango immobile ancora un po’ scosso da quel contatto
inaspettato poi mi accorgo, non so nemmeno io come, che Joël
non cammina più accanto a me.
Lo chiamo un paio di volte senza ricevere nessuna risposta. Mi chiedo
se lo faccia apposta oppure se non si sia accorto che ero rimasto
indietro.
Anche se non è il mio pensiero più assillante in questo
momento. Non so dove sono, non ci vedo e la pelle mi brucia per
il troppo freddo.
Mi sto spaventando … è così assurdo e irrazionale
eppure non posso farne a meno. Non so nemmeno io di cosa ho paura
… forse del buio che mi circonda sempre … buio che vorrei
allontanare da me ma che in fin dei conti è la mia punizione
… punizione che forse dovrò scontare per tutta la vita.
Cerco di calmarmi quando sento una mano posarsi sulla spalla.
Stupidamente volto il viso in direzione della persona che mi si
è avvicinata come se potessi davvero vedere di chi si tratta
… per me è solo un ombra indefinita dai contorni sbiaditi,
solo la sua voce mi fa identificare in quella macchia scura mio
fratello
« Maximilian che cavolo stai aspettando?
Vogliamo andare?! »
io non mi muovo quasi il freddo avesse congelato
ogni mia fibra. Poi senza nemmeno accorgermene gli dico:
« ti prego la prossima volta non mi lasciare
solo! »
credo sia stupito. Forse ha anche capito che il
mio tremore non è causato solo dal freddo. Mi chiede scusa.
Un sussurro quasi impercettibile ma il suo tono è così
dolce da raggiungermi il cuore e scaldarlo. Non mi aspettavo proprio
una simile reazione da parte sua, ma meglio così.
Poi si toglie la sua sciarpa e la avvolge attorno al mio collo in
modo che mi copra anche parte delle guance e dice
« così va meglio?? Rischi di congelarti
altrimenti! »
mi prende la mano e intreccia le sue dita, anch’esse
infreddolite, con le mie e ricominciamo a camminare mentre cerca
di motivare il suo gesto
« così almeno non rischio di perderti!
»
non so cosa mi stia succedendo ma sono felice di
quel contatto, il tepore che la sua mano mi infonde mi piace in
uno strano modo … un modo che mi sembra sbagliato.
Nel profondo del mio animo ho paura di poter sporcare con questo
contatto quella mano resa bianca dal freddo e che a me pare così
grande, così sicura, così calda.
Raggiungiamo le due tombe, semplici e a pochi passi
l’una dall’altra, con lapidi in marmo bianchissimo a
forma di croce e accompagnate da un unico cespuglio di rose il cui
colore è più intenso del colore rubino del sangue,
almeno credo che sia così. La tomba di mia madre me la ricordo
molto bene, ma quella di mio padre non l’ho mai vista, ma
mio fratello me l’ha velocemente descritta e io me ne sono
fatto un idea … la copia esatta della tomba di mia madre,
così la voleva mio padre … uniti anche nella morte.
Si amavano a tal punto, forse proprio questa la colpa di mio padre,
averla amata troppo e aver perso la ragione alla sua morte, ma per
questo certo non lo perdono o mi pento.
Chiedo a mio fratello di portarmi accanto alla tomba di mia madre
mentre lui mette due mazzi di fiori nei vasi. Mi inginocchio accanto
alla lapide e con la punta delle dita ne sfioro la superficie, ne
seguo i contorni e prego per lei quelle preghiere che da bambino
mi ha insegnato, solo quelle conosco perché io non ci credo,
mia madre non è riuscita a farmi nascere nel cuore lo stesso
amore che aveva lei per quel Dio che l’ha lasciata morire.
Però so che vorrebbe che lo facessi.
oh, mamma! perché ci hai lasciato soli,
se solo tu fossi ancora qui accanto a me le cose sarebbe state molto
diverse. Come vorrei che mi abbracciassi e mi dicessi che è
tutto un brutto sogno. Spero solo che almeno tu ora sia felice in
quel paradiso di cui mi raccontavi quand’ero piccolo, con
angeli gentili che ti allietano l’eternità lontano
dall’uomo che ami perché, se è vero quello che
mi raccontavi, mio padre è certamente all’inferno per
quello che mi ha fatto e io lo raggiungerò, non so quando,
ma le porte del paradiso per me sono chiuse. Spero tu non venga
mai a sapere la mia colpa perché eri troppo buona e candida
per non soffrirne.
Ora basta! Non posso rimanere accanto a questa
tomba un minuto di più! Mi alzo e cerco di allontanarmi ma
urto Joël che mi sorregge forse vedendo il dolore e la confusione
dipinti sul mio viso e solamente vedendo le mie lacrime.
Poi gli chiedo di andarcene lui, allora, mi dice
« non vuoi fermarti un po’ anche sulla
tomba di papa? »
« no! »
la mia voce esce stranamente ferma e decisa con
un tono che mi spaventa e forse stupisce anche lui. Ma non può
nemmeno immaginare il perché non voglia nemmeno avvicinarmi
a quella tomba. Ora voglio solo tornarmene a casa.
*** ***
mi siedo sulla poltrona avvolto nella trapunta
per cercare un po’ di calore. Passo buona parte del pomeriggio
ad ascoltare la televisione o semplicemente ad ascoltare il rumore
dalla pioggia che batte contro il vetro della finestra.
Mentre Joël è al supermercato mi allontano dalla finestra
e raggiungo la cucina in cerca di qualcosa da mangiare. A dir la
verità non ho fame ma a stare lì seduto mi annoio
almeno così mi muovo un po’ e la smetto di pensare.
Mangio un po’ di cioccolato bianco e poi trovo una bottiglia
di wishky, ne bevo un sorso. Ha un sapore orribile ma non so perché
ne bevo ancora.
Mi brucia la bocca ad ogni sorso, mi sento andare a fuoco ma questo
calore soffocante mi piace e la confusione che aumenta ad ogni sorso
mi serve per smettere di pensare. Mi gira la testa e la sento così
leggera … Barcollando raggiungo il divano, ho bisogni di sedermi.
La morbida trapunta abbandonata sul divano mi accoglie con un carezza.
Io chiudo gli occhi tentando di far cessare le vertigini che un
po’ alla volta diminuiscono facendole diventare sopportabili.
Rimango immobile senza forze con le mani appoggiate sul ventre che
si alza ed abbassa ad ogni mio respiro. Non mi rendo nemmeno conto
che una mano ha abbandonato il suo giaciglio e ora scende inesorabile
tra le mie gambe. Mi slaccio appena i pantaloni e con la mano mi
faccio strada sotto la stoffa leggere dei boxer mentre divarico
ulteriormente la gambe . Accarezzo la pelle bollente e comincio
a muovere la mano con gesti distratti mentre il desiderio, così
doloroso e amaro, cresce dentro di me. Muovo la mano più
velocemente, con rabbia a disperazione, mentre nella mia mente quella
mano diventa di un altro uomo. Quel pensiero mi scuote, mi terrorizza,
vorrei gridare tutto il mio dolore e la mia disperazione, e lo faccio
quando raggiungo l’orgasmo. Un grido che assomiglia all’urlo
disperato di un animale ferito. Gli occhi mi si bagnano di lacrime
e la nausea aumenta al pensiero delle carezze di quell’uomo.
Quando Joël ritorna a casa la bottiglia è ormai vuota,
abbandonata sul pavimento ai miei piedi e io … beh io sto
da schifo. Abbandonato sul divano con la mano ancora tra le gambe,
il volto arrossato e il respiro affannato. mi sento la testa scoppiare
come se un chiodo mi entrasse nel cervello per non parlare chi mi
viene voglia di vomitare e certo i brutti pensieri non mi hanno
abbandonato, al contrario hanno assunto dei contorni indefiniti.
Mi assale un’angoscia a cui io stesso non sono in grado di
dare un volto. È come se stessi camminando in un vicolo buio
e sentissi dei rumori alle mie spalle di cui io non conosco l’origine
ma ho paura.
Joël non è certamente felice di come
mi sono ridotto. Mi dice qualcosa in tono duro prima di sparire
in cucina per preparare da mangiare. Io ovviamente non mangio e
vado a dormire in cerca di un po’ di sollievo. Sperando in
un sonno senza sogni perché ormai i sogni non fanno altro
che ricordarmi dolorosi il mio passato e il mio presente.
Il sonno non è clemente con la mia mente
come non lo è da molto tempo. Mi sveglio nella notte con
la sensazione di mani che vagano sul mio corpo e con un viso di
fronte a me. Seppur sveglio sento le sue mani su di me, mani sporche
come lo è il mio corpo. E quegl’occhi verdi come il
rubino, così simili a quelli di mio fratello, sempre puntati
su di me, vagano voraci sulle mie membra nude.
Ho la fronte imperlata di sudore e il cuore che sembra scoppiarmi
nel petto e il terrore che possa ricominciare tutto di nuovo.
Non voglio chiudere nuovamente gli occhi per paura di rivedere quelle
mani, rivivere in un immagine presa dal passato, il mio tormento.
Mi alzo ancora tremante e con le gambe che a fatica mi sorreggono
mi dirigo nella camera di mio fratello. Lo so che non dovrei farlo
ma ne ho bisogno. Lui è l’unica persona che mi rimane,
la mia famiglia ormai è lui.
Credo che sia appena andato a dormire. Mi corico accanto a lui e
prego non so nemmeno io cosa che lui non mi allontani. I momenti
di silenzio che seguono mi sembrano infinito. È sveglio eppure
non dice nulla, rimane immobile steso accanto a me.
( Joël )
è qui accanto a me e posso anche nell’oscurità
scorgere i lineamenti delicati del suo viso.
Cosa devo fare?
Allungo la mano fino a qualche centimetro dalla sua guancia, basterebbe
così poco per poter sfiorare la pelle morbida del viso. Potrei
farlo e forse vorrei anche. Ma alla fine ritraggo la mano come se
mi fossi scottato e voltando il viso dalla parte opposta dico
« Maximilian … »
esito qualche istante e poi stupidamente finisco
la frase
« torna nel tuo letto! »
« ti prego non cacciarmi via! »
« Maximilian per favore! »
« ti prego non rendere la mia esistenza più
dolorosa di quello che non è già! »
come uno schiaffo mi si ripresenta davanti agli
occhi la scena di qualche ora prima, il suo corpo adagiato sul divano,
le sue lacrime, quel grido disperato. Pensieri che mi scuotono e
mi riempiono il cuore di amarezza e forse qualcosa in più
che non riesco bene a decifrare.
non so cosa rispondere o meglio lo so fin troppo
bene ma non riesco a pronunciare le parole gentili che vorrei dirgli.
Sento la sua rabbia crescere per poi fluire dal suo corpo con parole
che mi fanno perdere la ragione. La sua voce che rimbomba nella
stanza come uno sparo che ferisce entrambi
« se mi odi tanto perché continui
a tenermi con te? »
« sai bene che non potrei lasciarti in mezzo
alla strada! »
« però mi odi … preferirei vivere
sotto un ponte piuttosto che andare avanti così … lo
so che dai la colpa a me per quello che è successo a papa!
»
« se tu non avessi insistito tanto per andare
con quella dannatissima macchina adesso forse lui sarebbe ancora
qui con noi e sarebbe tutto più semplice! »
« vorresti che fossi morto anch’io
in quell’incidente, vero!? Anch’io avrei voluto …
l’avrei preferito mille volte! »
« smettila! »
non voglio sentire più nulla, perché
ogni parola è come uno schiaffo, sia le sue accuse che la
mia ridicola difesa.
Lo odio? No certo che no, ma la sua vicinanza mi ferisce fino a
farmi sanguinare. E non capisco nemmeno il perché continuo
a ferirlo come per punire me stesso … punire di cosa? Non
lo so! So bene che non ci sono responsabilità … nostro
padre è morto per uno stupido incidente, non c’è
nessun motivo … non ci sono spiegazioni, ma per me sarebbe
più semplice trovare una ragione.
Era un bravo padre. Io gli volevo bene.
Mi alzò dal letto e indossando i primi vestiti
che trovo esco di casa. Non so dove sto andando ma so da chi voglio
fuggire … da Maximilian e da me stesso.
La pioggia ha smesso da poco di cadere e le strade sono ancora bagnate.
Mi rifugio in un bar per cercare un po’ di calore.
Quando chiude il locale sono costretto ad andarmene e ricomincio
a vagare per la città fino a che il freddo non mi costringe
a tornare a casa o forse è solo il desiderio di rivederlo,
la vana speranza di non averlo ferito con le mie parole insensate
e ancor di più con i miei silenzi.
Mi dirigo subito in camera mia per vedere se è ancora nel
mio letto. Lo spero fino all’ultimo istante quando non vedo
il suo corpo giacere tra le coperte.
Non so perché ma sento una strana angoscia crescermi nel
petto. Vedo in camera sua pregando che sia lì. Cerco in ogni
angolo della casa senza risultato. Lo chiamo più volte senza
ottenere risposta fino a che, appoggiato al muro, non mi lascio
scivolare sul pavimento tenendomi la testa con le mani mentre maledico
me stesso per quello che ho fatto.