- l’oscurita'
d’animi erranti -
Capitolo IX
( Joël )
Lunedì - Avignone
Cammino velocemente lungo i corridoi senza nemmeno
guardarmi in giro, l’unica cosa che m’interessa ora
è uscire di qui.
Sono furioso, non sono certo venuto fino ad Avignone per essere
trattato come un bamboccio da quattro cretini che baciavano la terra
dove mio padre camminava.
Con passo spedito raggiungo l’atrio dove la ragazza alla reception
mi saluta con un italiano impacciato. Io non gli rispondo, non mi
volto nemmeno e continuo verso le grandi porte a vetro che si aprono
automaticamente per farmi uscire.
Il parcheggio non è molto distante. Fisso senza interesse
la ghiaia bianca che scricchiola sotto il mio passo deciso.
Mi fermo di fronte alla macchina e mi volto verso l’uomo che
mi accompagna che mi dice:
« Sei sicuro di volerti mettere subito in
viaggio? Potremmo passare la notte in albergo e partire domani mattina
con più calma … »
« No, voglio tornare a casa al più
presto! »
Gli rispondo deciso mentre mi siedo in macchina
e aspetto che lui faccia lo stesso.
Esita un istante prima di mettere in moto, ma appena
incontra il mio sguardo furente decide di partire.
Il silenzio cala pesante tra me e l’uomo
seduto al posto di guida, lui era il braccio destro di mio padre
e anche suo ottimo amico. Mio padre si fidava ciecamente di lui
e io non posso che fare altrimenti, ora ho troppi problemi per pensare
anche a lui.
Appoggio la testa e mi stendo sullo schienale tentando di alleviare
la tensione accumulata durante la riunione. Infine mi volto per
guardare fuori dal finestrino alla ricerca di un po’ di pace
mentre mi perdo a seguire le linee sinuose della pianura illuminata
dal sole che sta tramontando.
Poi la voce del mio accompagnatore mi distoglie e io ritorno a guardarlo.
Si volta appena un istante verso di me e mi guarda dolcemente prima
di ritornare a guardare la strada e dire:
« Non devi prendertela. Non è una
tragedia, abbiamo molti altri clienti »
« Quello che io non capisco è il perché.
Proprio loro. Sai benissimo anche tu quanti software che valevano
due lire mio padre gli ha rifilato a prezzi esorbitanti. Poi tutto
d’un colpo non sono più interessati ai nostri prodotti??!!
Hanno scisso il contratto con noi solo perché ora sono io
il capo dell’azienda! »
« Tuo padre era molto abile a trattare. Di
software però non ci capiva nulla »
Ride appena perso nel ricordo di mio padre, il
suo volto si addolcisce, poi ricomincia a parlare:
« Sei ancora all’inizio, è normale
che sia difficile, lo è stato anche per tuo padre ma sono
convinto che diventerai abile come lui! »
« Quello che mi fa davvero arrabbiare è
il modo in cui mi hanno trattato. Mi hanno ignorato quasi non esistessi
nemmeno e poi hanno anche avuto il coraggio di dirmi che ‘
loro con i bambini non lavorano ’ … … e dire che
io non avrei nemmeno dovuto trovarmi in questa situazione! »
Già … la direzione della azienda non
doveva essere ceduta a me … mio padre stava solo aspettando
di trovare un buon successore, forse lo stesso Michele. Io avrei
dovuto diventare musicista, ma infondo mi sarebbe andata bene qualsiasi
altra cosa, ma non questo! Però non ho altra scelta, come
pianista non potrei certo mantenere me e Maximilian. Alla fine ha
vinto mio padre … dopo lunghissime discussioni si era finalmente
rassegnato che non avrei preso in mano la sua azienda … se
solo penso a quanti scontri abbiamo avuto perché volevo iscrivermi
al conservatorio … ma che cosa serve pensarci, le cose non
cambieranno … e anche il pianoforte ormai non lo riesco più
a suonare da mesi.
Lui non ribatte e io mi volto nuovamente verso
il finestrino appoggiando la testa al vetro e rabbrividendo al contatto
con la superficie fredda.
Accende l’autoradio e la musica si diffonde lieve con melodie
dolci e io mi incanto ad ascoltare fino a che la canzone non cessa
improvvisamente e la voce del dj invade violenta la mia mente.
Mi scuoto appena nel vano tentativo di scacciare la stanchezza mentre
affondo maggiormente nello schienale. In lontananza vedo brillare
nel buio della notte le mille luci di una città e lentamente
chiudo gli occhi abbandonandomi ad un sonno agitato che non fa altro
che aumentare l’angoscia annidata nel mio petto da quando
sono partito questa mattina.
°°° °°°
( Maximilian )
La porta d’entrata si apre e riconosco immediatamente
Michele ancor prima che mi saluti.
Si toglie il cappotto e mi raggiunge, mi scompiglia dolcemente i
capelli e si siede accanto a me stiracchiandosi appena, stanco dopo
la giornata di lavoro. Allungo la mano sul divano e involontariamente
sfioro la sua. Al contatto con la pelle gelata rabbrividisco e gli
chiedo:
« Fa molto freddo fuori? »
« Sì, e per giunta c’è
anche la nebbia … il tempo da lupi che adoro »
Aspetta qualche istante e poi aggiunge:
« Avrai fame, vado subito a preparare qualcosa
»
Si alza e va in cucina lasciandomi da solo sul
divano. Decido di seguirlo. Ci metto qualche istante ad orientarmi
ma alla fine lo raggiungo. Mi fermo quando la mia mano protesa in
avanti raggiunge il tavolo della cucina. Cerco la sedia e mi siedo
mentre sento il rumore delle pentole. Quando il rumore cessa gli
chiedo cosa sta preparando e lui scherzosamente si rifiuta di rispondermi
e continua a preparare.
Dopo qualche istante mi dice:
« Scusa se sono tornato tardi »
« Non ti preoccupare … hai avuto qualche
problema al lavoro? »
« Abbiamo avuto qualche problema con un software
che abbiamo venduto e metterlo a posto sembra più complicato
del previsto … però non dire nulla a tuo fratello,
che se sa che sono arrivato tardi lasciandoti solo, mi picchia!
»
Lo dice ridendo anche se credo che Joël ne
sarebbe capace. Da quella notte in cui me ne sono andato è
diventato più apprensivo, il suo comportamento nei miei confronti
è cambiato anche se mi tratta male lo vedo che si preoccupa,
non dovrebbe però, è inutile!
Sorridendo divertito per il tono con cui ha parlato, mi affretto
a rassicurarlo:
« Non dovete preoccuparvi per me, la nostra
vicina è una signora dolcissima, viene a trovarmi ogni due
ore assicurandosi che io stia bene e spesso sta qui un po’
a parlare. È davvero gentilissima, a mezzogiorno mi porta
sempre da mangiare … per giunta cose buonissime! Vi preoccupate
tutti troppo per me! »
Parlo cercando di celare la tristezza perché
anche se tutti si preoccupano nessuno è in grado di aiutarmi
veramente e forse non voglio nemmeno che qualcuno mi aiuti. Preferisco
soffrire da solo piuttosto che far sapere la verità agli
altri e in particolare a Joël … sarebbe stupido dirgli
ora la verità dopo quello che ho fatto … infondo l’ho
fatto anche per lui, o forse no?? Forse l’ho fatto solamente
per me stesso … per paura, per vergogna o chissà cosa
…
Il nostro discorso viene interrotto bruscamente
dal suono acuto del telefono. Michele va a rispondere in salotto
ma dopo poco ritorna in cucina con il cordless e dandomelo mi dice:
« È Luca »
A quel nome mi sento tremare … sono felice
ma ho paura, la stessa paura che ho provato ieri quando ho risentito
la sua voce dopo quella sera … paura di affezionarmi a lui
e tuttavia di doverlo allontanare come ho fatto con tutti i miei
amici o peggio dover mentire e fingere come faccio con mio fratello
e Michele.
Dopo un attimo di esitazione porto la cornetta all’orecchio
e con voce insicura dico:
« Pronto? »
« Ciao piccolo, come va? »
« B … bene … »
« Sei sicuro?? Hai una voce … non dirmi
che quel cattivone di Michele ha attentato al tuo onore? »
Arrossisco involontariamente e cerco in qualche
modo di negare le sue insinuazioni assurde, assicurandolo che sto
benissimo, anche se per un istante, seppur breve, il mio cuore ha
gridato dal dolore provocato dall’ennesima menzogna. Sarebbe
così semplice dire la verità e allo stesso tempo così
dannatamente difficile perché se permettessi a qualcuno di
scorgere anche solo per un istante la mia anima, non sarei più
capace di nascondere l’oscurità che avvinghia il mio
essere, così simile al buio che mi circonda a causa della
mia cecità.
« Non ti aspettavi che chiamassi vero? Spero
non ti dia troppo fastidio sentirmi »
« No, anzi, mi fa molto piacere! »
« Bene! … … sai ho passato tutto
il giorno a pensare ad una scusa per poterti chiamare, però
non ne ho trovata nessuna … La verità che vorrei conoscerti
meglio … »
« Perché? »
« Perché voglio diventare tuo amico!
… adoro i cuccioli smarriti come te »
Per un istante mi sento perso sentendo le sue parole
dette con tanta naturalezza e tenerezza.
In fondo speravo mi chiamasse, da quando ieri al parco gli ho dato
il mio numero. Credo sia dovuto al fatto che la sua voce è
sempre dolce e profonda … infondo l’unica cosa che riesco
a percepire di lui è la voce, non so nemmeno quale sia il
suo aspetto, il colore dei suoi capelli, la forma delle sue labbra
… e non potrò mai vederlo, solo crearmi una sbiadita
immagine, sfuggevole i cui contorni si perdono nel buio.
La sua voce mi accarezza, mi coccola a lungo rendendo meno assordanti
le grida del mio cuore.
Parla a lungo, io mi limito ad ascoltarlo rispondendo di tanto in
tanto alle sue domande. Poi mi saluta chiedendomi se può
chiamarmi anche domani. Gli rispondo istintivamente di sì
ma quando la comunicazione si interrompe come uno schiaffo mi percuote
la consapevolezza che non è stata una buona idea.
Appoggio il telefono sul tavolo e cerco Michele invano, la stanza
è deserta. Lo chiamo un po’ titubante ma non ottengo
nessuna risposta. Incerto mi muovo a tentoni verso il salotto ma
involontariamente urto con la mano qualcosa che cade per terra.
Mi inginocchio per cercare l’oggetto che è caduto.
Lo cerco disperatamente facendo scorrere le mani sulle piastrelle.
Mi fermo quando sotto le dita sento dei piccoli granellini, probabilmente
sale grosso. Faccio un lungo respiro per cercare di cacciare la
rabbia … sono stufo di tutto questo, urtare continuamente
contro gli oggetti, impiegare molto tempo per cose semplici come
spostarsi da una stanza all’altra, aver sempre bisogno di
qualcuno … … tutti dicono che con il tempo mi abituerò
ma una persona come può abituarsi a non vedere? Come può
una persona non sentirsi persa quando solo il nero la circonda?
°°° °°°
(Michele)
Dopo mangiato ci sediamo sul divano entrambi molto
stanchi. Mi lascio sprofondare nella stoffa soffice, socchiudo gli
occhi e il mio respiro si fa lieve dimenticandomi per un istante
tutto ciò che mi circonda e perdendo cognizione anche di
me stesso, un istante solo eppure così necessario per non
impazzire, per poter sostenere la realtà, poterla fronteggiare
a viso aperto celando le ferite e la stanchezza.
Poi il mio sguardo scivola sul corpo minuto di Maximilian seduto
accanto a me. La testa leggermente reclinata, le mani posate delicatamente
in grembo gli occhi fissi su un qualcosa che non può vedere.
Indifeso, fragile, certo, ma a volte penso che possegga una forza
incredibile.
Accendo la radio e quando mi siedo nuovamente sul
divano Maximilian si corica appoggiando la testa sulla mia gamba.
Lento gli sfioro i capelli con le dita con movimenti ritmici quando
mi dice:
« Non parli mai di te. Com’è
la tua famiglia?? »
Mi parla con dolcezza e la sua voce sembra perdersi
nei meandri del suo pensiero. Io mi stupisco della sua domanda ed
esito un istante a rispondere perché vi sono così
tante cose della mia famiglia che dovrei raccontare ma che non posso
fare senza soffrire. Gli rispondo senza mentire ma senza nemmeno
dirgli la verità :
« Una normale famiglia … nulla di speciale
»
« Deve essere bello avere una famiglia normale
»
La sua voce si fa triste pronunciando una semplice
constatazione ma dolorosa per entrambi. La mia mano si ferma un
istante titubante, come la mia voce :
« sì … credo di sì »
Forse sono l’ultima persona a cui chiedere
una cosa simile … credo sia bello avere una famiglia, vorrei
poterlo dire per esperienza personale … ma in fondo la mia
famiglia “normale”, così almeno la giudicavano
tutti, cosa mi ha riserbato??!! Un porta chiusa, insulti e solitudine
… rabbia, rancore e tristezza così profonda da togliermi
perfino il respiro.
°°° °°°
( Joël )
Lentamente riemergo dal sonno senza riuscire tuttavia
a liberarmi dal torpore. Ho la mente offuscata da troppi pensieri
eppure un’unica idea chiara mi percuote … voglio tornare
a casa, da loro … non ne conosco il motivo eppure questa distanza
mi crea un dolore quasi fisico.
Mi stiracchio lentamente quando l’uomo accanto
a me dice:
« Ben svegliato! »
« Dove siamo?? »
« Abbiamo appena passato Torino … al
prossimo Autogrill mi fermo così magari mangiamo qualcosa.
»
Accetto volentieri la proposta perché comincio
a sentire i morsi della fame, credo sia normale dato che sono già
le undici di sera.
L’autogrill non è molto distante.
Raggiungiamo il ristorante e ci sediamo in un piccolo tavolo tranquillo,
accanto alla grande vetrata da cui possiamo vedere le macchine percorrere
l’autostrada che corre sotto di noi.
Finito di mangiare mi alzo dal tavolo dicendo che
dovevo andare al bagno. L’uomo posa la mano sulla mia ancora
appoggiata sul tavolo e con voce bassa ma sicura mi dice:
« Vuoi che ti accompagni? »
Lo fisso qualche istante non lasciando trapelare
dal mio viso nessuna emozione, sebbene il suo comportamento mi stupisca
e mi lasci interdetto. Mi sforzo di vedere nelle sue parole un diverso
significato da quello che immediatamente gli ho dato.
Rimango immobile a fissarlo non perché non sia sicuro della
risposta ma semplicemente nel vano tentativo di scorgere nel suo
sguardo qualcosa che mi aiuti a decifrare le sue parole. Lo trovo
ma quello che vedo è solo desiderio e nostalgia. Mi viene
quasi da ridere eppure la mia voce è priva di ogni inflessione
mentre gli rispondo un no … un semplice no, nulla di più
perché non vi è nulla da aggiungere.
Al suono della mia voce allontana la sua mano dalla mia e per questo
io lo ringrazio, la sua espressione non cambia.
Io mi allontano sentendo chiaramente il suo sguardo accarezzarmi
la schiena
Quando ritorno al tavolo lui sta mescolando lentamente il caffè
assorto in chissà quali pensieri. Mentre mi sto sedendo alza
la testa e posa lo sguardo su di me sorridendo appena. Poi mi indica
una tazzina posta di fronte a me e dice :
« Mi sono permesso di ordinare una tazza
anche per te, spero non ti dispiacia »
« No, affatto »
« Volevo scusarmi con te per prima, sono
stato uno stupido, perdonami, semplicemente ho pensato di poterlo
rivedere in te »
« A chi ti riferisci? »
« … … a tuo padre »
« Cosa vorresti dire con questo? »
« A tuo padre piaceva andare con gli uomini
… »
« E veniva con te? »
« Anche »
« Ne sembri dispiaciuto »
« Del fatto che vedesse altri uomini oltre
a me?! Sì! »
« Tuo padre non era il santo che tutti pensavano … …
in ogni caso molti gli volevano bene »
Rimango in silenzio cercando di afferrare a pieno
il significato delle sue parole. Come se mi rifiutassi di vedere
in faccia alla realtà che queste parole mi mettono di fronte.
Mio padre non era per me certo un idolo da seguire ma lo rispettavo.
Forse preoccupato dal mio silenzio con tono dolce si rivolge nuovamente
a me dicendo:
« Forse non avrei dovuto dirtelo, perdonami
»
Poso nuovamente lo sguardo su di lui e con voce
incredibilmente calma gli chiedo:
« Lo faceva anche quando mia madre era ancora
in vita? »
Spalanca gli occhi non aspettandosi una simile
domanda da parte mia. Poi distoglie lo sguardo dal mio senza trovare
il coraggio di rispondermi.
« È un sì?! »
« Sì »
Prendo la tazzina tra le mani e lentamente bevo
il caffè mentre il silenzio cala pesante tra di noi.
Non ho voglia di parlare ora e nemmeno di pensare.
*** ***
Sembravamo non arrivare mai, alla fine eccomi di
fronte al porta di casa. Cerco le chiavi nella borsa ma mi sento
stranamente agitato. Improvvisante, mentre sto per inserire le chiavi
nella serratura, l’idea che Michele e Maximilian potrebbero
essere a letto insieme mi terrorizza. In fin dei conti non è
un’idea così assurda, Michele lo ama, è probabile
che voglia fare l’amore con lui … magri anche mentre
è a letto con me pensa a lui.
Questo pensiero mi fa stare male più di quanto potessi mai
immaginare.
Non sono più sicuro di voler aprire quella porta.
Non voglio scoprire se i miei pensieri sono solo stupide paranoie
oppure è la verità.
Fisso immobile la porta poi faccio qualche passo per raggiungere
le scale alle mie spalle e mi siedo sul primo gradino senza mai
distogliere lo sguardo dalla porta.
È pur vero che a Maximilian piacciono le
ragazze … però è sempre così felice quando
c’è Michele...
Rimango immobile sugli scalini per un tempo indecifrabile fino a
che esausto non mi decido ad entrare.
Titubante apro la porta, l’appartamento è immerso nel
silenzio e nel buio, solo il battito frenetico del mio cuore mi
rimbomba nelle orecchie mentre mentalmente mi do dello stupido.
Appoggio la valigetta all’entrata e mi dirigo verso la camera
di mio fratello trovandolo solo nel grande letto. Così addormentato
mi sembra un bambino. Non voglio svegliarlo così vado verso
la mia camera chiedendomi dove sia Michele.
Lo trovo rannicchiato in un angolo del mio letto ancora vestito.
I primi bottoni della camicia slacciati, gli occhiali e la cravatta
abbandonati poco distante sul materasso, i capelli arruffati. Dorme
su un lato con il viso rivolto verso la porta dove io sono rimasto
immobile a fissarlo e a chiedermi cosa provo realmente per lui.
Invidia … rancore e forse anche odio perché è
sempre così dannatamente perfetto in tutto, perché
ama mio fratello … ma questo certo non spiega perché
vorrei coricarmi accanto a lui e dormire sapendo di averlo vicino.
Quasi seccato ed irritato dei miei stessi pensieri mi tolgo il cappotto
e la giacca. La cravatta e la cintura cadono per terra affianco
alle scarpe. Ma mentre gli passo accanto lo vedo tremare così
prendo la trapunta ripiegata sulla sedia e lo copro.
Ancora vestito mi corico accanto a lui coprendomi a mia volta con
la trapunta. Rimango fermo qualche istante poi non so per quale
motivo mi avvicino a lui fino a che la mia schiena non tocca il
suo petto e le nostre gambe si sfiorano. Evidentemente l’ho
svegliato perché si agita nel sonno un istante prima di aprire
gli occhi e riconoscermi. Con la coda dell’occhio lo vedo
nell’oscurità sorridere prima di cingermi la vita con
il braccio. Io non mi muovo, non lo respingo come forse lui si aspettava,
e scivolo nel sonno esausto.