Capitolo II
Aprì la porta del suo appartamento nel centro
di Tokyo ed entrò. Si ricordò che quel giorno doveva
cenare con Akira ma dopo lo spiacevole incontro di qualche ora prima
non si sentiva proprio di incontrarlo perché era più
che convinto sarebbe riuscito a fargli dire tutto, ci riusciva sempre
e questa volta non sarebbe stato diverso.
Prese il telefono e compose il numero mentre si abbandonava
sulla poltrona del salotto di fronte alla grande finestra che accedeva
al balcone. Mentre il telefono suonava libero lui si perse per qualche
secondo, lasciando che il suo sguardo spaziasse sul panorama della
città di Tokyo. Quanti tetti, quante persone, quante storie,
quante vite si riunivano e s’incrociavano, intrecciandosi o
dividendosi … i pensieri furono interrotti dalla voce d’Akira
registrata sul nastro della segreteria. Lasciò un messaggio
scusandosi di non potersi incontrarsi con lui perché non si
sentiva troppo bene.
*** ***
Aprì lentamente gli occhi, si era addormentato
sulla poltrona, mise a fuoco l’orologio a fatica, erano le sei
di sera. Il campanello suonò per la seconda volta, la prima
volta lo aveva svegliato ma non si era reso conto di cosa fosse successo.
Si svegliò completamente, si alzò e
prese la sua pistola che aveva lasciato sul tavolo quando era arrivato.
“chi può essere? Non aspetto nessuno
… devo stare attento…!”
Si avvicinò alla porta e guardò attraverso
lo spioncino della porta impugnando con più forza la pistola
mentre la mano gli tremava.
Non era certo da lui comportarsi in quel modo, tremare,
aver paura, prendere la pistola per vedere chi avesse suonato alla
porta. Quell’incontro lo aveva massacrato … le foto, quell’uomo
erano riusciti a riaprire in lui una ferita che non si era ancora
rimarginata.
Tirò un sospiro di sollievo e ricominciò
a respirare mentre apriva la porta facendo entrare il suo ospite.
Akira entrò e gli porse il ramen che aveva
comprato, accompagnato da un sorriso. Notò immediatamente il
tremore che percorreva il corpo dell’amico e vide anche la pistola
ma decise di non fare domande, per il momento.
«Dato che stai male sono venuto a trovarti
e poiché è da tanto che non pranziamo insieme ho preso
un po’ di ramen … so che ti piace tanto … …
»
Dopo qualche istante riprese a parlare non avendo
avuto alcuna risposta.
«Sei molto pallido, hai la febbre?…»
Chiese posandogli gentilmente la mano sulla fronte
che però era fredda… ghiacciata e imperlata da piccole
goccioline di sudore. Enjoji però si allontanò rapidamente
e prese in mano la confezione di cibo.
Mangiarono nel più totale silenzio e questo
cominciava a preoccupare seriamente Akira che aveva subito intuito
il malessere dell’amico e il suo strano comportamento. Rimase
qualche istante ad osservarlo mentre maneggiava abilmente e sinuosamente
le bacchette.
“il tuo sorriso bello e prezioso come un diamante
e luminoso come il sole … da quanto tempo non me lo mostri …
ormai è solo un’ombra nei miei ricordi lontani …
troppo lontani. Perché hai perso il sorriso cosa ti è
successo per poterti cambiare così tanto … quando è
successo … saranno anni che il tuo volto non assume un’aria
serena e felice … quanto soffro per la mancanza delle tue dolci
risate … che hanno lasciato il posto alla freddezza e alla indifferenza
e io non lo posso sopportare …oggi è anche peggio degli
altri giorni … oggi vedo solo tristezza e disperazione nei tuoi
occhi, sul tuo viso, nelle tue rare parole …”
Finirono il pranzo quando Akira decise che era ora
di far chiarezza e scoprire la causa del malessere di Enjoji.
«Enjoji cosa è successo?»
Era serio e diretto, come era nel suo carattere.
In quel momento Enjoji capì che sarebbe riuscito a fargli dire
tutto e lui non avrebbe potuto fare nulla per fermarlo, ma questa
volta la posta in gioco era troppo alta e lui doveva combattere contro
Akira a contro se stesso per evitare che sapesse tutto.
«Te l’ho detto non mi sento per niente
bene!»
«Non prendermi in giro, non sono stupido e
ti conosco da venticinque anni … cosa è accaduto!»
«Inawa mi ha voluto incontrare e sono rimasto
un po’ scioccato tutto qua.»
«Cosa ti ha detto»
«Niente d’importante, dai cambiamo argomento!»
«Importanza ne aveva, per ridurti in quello
stato, sei pallido come un cadavere, quando sono entrato stavi tremando
e poi non è da te accogliere le persone con una pistola in
mano!»
«Mi ha proposto di fare un lavoro per lui»
«Voglio la verità»
«Mi ha minacciato ma niente di grave e poi
non sono affari che ti riguardano!»
“ha ragione che non sono fatti miei ma devo
sapere cosa l’ho ha ridotto così … lui certo non
me lo dirà devo trovare il modo per farmelo dire …”
poi improvvisamente si ricordò della strana busta che aveva
notato quando era entrato. Guardò sul tavolo, la busta era
ancora lì. Allora lentamente si alzò e si diresse al
tavolo e prese la lettera, poi senza aprirla disse, rivolgendosi ad
Enjoji che era ancora sulla poltrona.
«Questa forse mi può spiegare cosa è
successo e cosa ti sta succedendo?!».
Enjoji scatto in piedi e si precipitò verso
l’uomo in piedi vicino al tavolo. Assumendo il comportamento
più freddo che la situazione gli concedeva, disse:
«Non sono affari tuoi! Non provare ad aprirla!»
«Allora dimmelo tu cosa è successo!»
«No!»
«Non mi lasci altra scelta … non posso
vederti in queste condizioni!»
Era stufo, esasperato, stanco di lottare, di fare
una guerra persa in partenza … era esausto, logorato dai mille
pensieri che si accalcavano prepotenti nella sua mente. Spossato si
arrese e lasciò che la cruda verità emergesse, lasciò
che l’esasperazione, la frustrazione e la rabbia uscissero legate
indissolubilmente alle parole.
«Cosa ti devo dire? Cosa vuoi sentirti dire
… che quello stronzo mi minaccia di dare a mio padre le foto
che dimostrano quello che sono … un finocchio! È questo
che vuoi sentirti dire? O preferisci che ti dica che mi sbatto ragazzi
che non conosco neanche? Dimmi cos’altro vuoi sapere? …
… Adesso puoi odiarmi, puoi disprezzarmi e essere disgustato
da me … ma fallo fuori da casa mia …»
Akira non sapeva cosa dirgli, gli aveva detto tutto
così in fretta che era rimasto senza parole. L’unica
cosa che riuscì dire, quando gli si era avvicinato cercando
di abbracciarlo per infondergli coraggio e per porre fine al tremore
che percorreva il corpo di Enjoji, fu: «io non ti odio e non
ti disprezzo, non potrei farlo … qualunque cosa tu faccia!
Il carico emotivo fu troppo pesante da sostenere per Enjoji che svenne
in quel dolce abbraccio.
Akira lo portò a letto, lo distese delicatamente
e lo avvolse con la coperta. Spense la luce e tornò in soggiorno.
Prese la busta e la aprì. Il cuore gli batteva velocemente,
ancora un po’ titubante, estrasse le foto. Il suo cuore si fermò
per qualche istante per poi ricominciare a battere violentemente,
dolorosamente. Le foto raffiguravano Enjoji in atteggiamenti inequivocabili,
mentre cercava di rimorchiare un giovane in un locale, che probabilmente
aveva una clientela esclusivamente gay. Akira in quel momento provò
una fitta dolorosa nel petto. Vedere Enjoji con un uomo lo turbava
così tanto?! La verità è che era amareggiato
ogni volta che vedeva il suo migliore amico, il suo confidente, colui
che considerava più di un fratello con qualcuno che non fosse
lui.
Rimise le foto nella busta e la ripose e si andò a sedere sulla
poltrona aspettando che Enjoji si risvegliasse.
Capitolo III
Il sole stava sorgendo quando gli occhi di Enjoji
si aprirono lentamente. Non si ricordava bene cosa fosse successo
dopo l’abbraccio di Akira. L’unica cosa che gli tornava
alla memoria erano le sue parole, dette con rabbia con frustrazione,
e il suo corpo che tremava come un pulcino e le mani forti che lo
avvolgevano, il suo calore rassicurante poi il buio.
Si alzò senza far rumore e si mise le scarpe
e il cappotto. Mentre usciva, vide Akira addormentato sulla poltrona
e il suo cuore si fermò colmo di tristezza e angoscia.
Quella mattina c’era un leggero vento che gli
accarezzava il volto. Il freddo era insopportabile sembrava che mille
spilli si conficcassero nella sua pelle … ma il suo dolore non
era causato dal freddo. Quello che gli lacerava il cuore era la paura
di essere disprezzato da Akira, la vergogna, il disonore, le sue parole,
parole che non avrebbe mai voluto pronunciare. Adesso aveva paura,
paura di leggere nei bellissimi occhi azzurri come il ghiaccio di
Akira il disprezzo che lui stesso provava guardandosi allo specchio.
Le strade erano ancora pressoché deserte,
i negozi stavano aprendo. A breve Tokyo avrebbe ricominciato a vivere,
si sarebbe svegliata sotto il cielo grigio colmo di nuvole, gli operai
sarebbero andati al lavoro, le mamme avrebbero accompagnato i figli
a scuola e poi sarebbero andate a fare la spesa, gruppi di studenti
in divisa scolastica avrebbero invaso le vie con le loro risate, le
strade sarebbero diventate impercorribili, la frenetica vita del cuore
pulsante del Giappone avrebbe ricominciato, come ogni mattina. Ma
non in quel momento, quando gli edifici venivano lentamente illuminati
dalla luce solare, le persone erano nelle loro case, nei loro letti,
quando non era né notte né giorno.
*** ***
Da quanto stava camminando? Non lo sapeva neppure
lui, non sapeva neanche dove stesse andando, non aveva una meta, voleva
solo non tornare a casa, non dover guardarlo negli occhi, non dover
parlare con lui. Stava scappando da lui e da se stesso, da quello
che era diventato o che era sempre stato.
La gente gli passava di fianco lo sfiorava e se n’andava
incurante e ignara del suo dolore. Vide davanti a lui, appoggiati
al muro due ragazzi giovani, entrambi ridevano divertiti, felici e
spensierati, anche lui era così, ma adesso cos’era?
Passò di fronte ad una grande vetrina, si
fermò, rimase ad osservare la sua immagine riflessa. Ormai
era un uomo, un adulto, bello, rispettato e temuto, i soldi certo
non gli mancavano. Ma lui si odiava, non poteva accettare quello che
era, la sua omosessualità, la sua vita, lui.
La notte era il momento più difficile, ritornare
a casa sapendo di aver ucciso, maltrattato e picchiato, entrare nel
suo grande e lussuoso appartamento … inesorabilmente vuoto,
freddo. Andare a letto e cercare il calore umano accanto a se che
non avrebbe mai trovato. Vagare nella notte in cerca d’amore,
compagnia e calore e trovare solo corpi da fare suoi, corpi vuoti,
freddi. Li cercava ugualmente perché altrimenti sarebbe impazzito,
ma adesso il suo corpo, il suo cuore, erano vuoti, come quei corpi,
era sporco, macchiato e ferito. Era disgustato di se stesso.
Un fiocco di neve, il primo, gli si posò leggero
sul naso, ridestandolo dai suoi pensieri. Piccolo, freddo, delicato
e raro. Alzò il viso verso il cielo, tanti soffici fiocchi
bianchissimi, come petali di fiori, cadevano lenti e serafici. Gli
bagnarono il viso, lo accarezzarono e si sciolsero subito dopo sulla
sua pelle liscia e arrossata per il freddo. In quell’istante
tutta Tokyo, insieme con lui si fermò per qualche attimo ad
ammirare quella rara meraviglia della natura, dimenticando il dolore
e la tristezza che opprime ogni persona.
Allora la sua mente fu travolta e sommersa dei dolci
ricordi dell’infanzia, le lotte nella neve con Akira, l’enorme
pupazzo di neve che insieme costruirono e tante altre vicende del
periodo che lui riteneva il più bello della sua vita, la giovinezza
passata con Akira, quando erano solo amici, grandi amici, come fratelli,
non conoscevano ancora il mondo, erano solo due ingenui ed innocenti
bambini. Niente amore, lavoro e tutti quei problemi che gli adulti
si portano dietro come una croce, che li distruggono e che li rendono
le ombre di se stessi … quello che era diventato anche lui un
adulto che ha fatica si poteva considerare un essere umano.
*** ***
Una frase continuava a rimbombargli nella testa:
io non ti odio e non ti disprezzo, non posso farlo … qualunque
cosa tu faccia! La dolcezza di quelle parole gli ricolmava il cuore
ma non sapeva se Akira le avesse realmente pronunciate oppure fossero
solo un parto della sua fantasia, dei suoi sogni. Alla fine arrivò
alla triste conclusione che era molto più credibile che fossero
solo parte dei suoi sogni e non certo parole uscite dalla bocca di
Akira.
Vagò per tutto il giorno senza meta per le
strade della città, senza capire come, si ritrovò ai
piedi della torre che troneggiava sulla città. Decise di salire,
era da tanto che non lo faceva … … ormai erano poche le
cose che faceva, la sua vita era lavoro, lavoro e ogni tanto passava
la serata in quegli squallidissimi locali … certo poi c'erano
le liti quotidiane con il padre e il continuo tentativo di allontanarsi
da Akira, dimenticarlo, diventare una persona autonoma senza dover
dipendere sempre da lui.
*** ***
Aprì lentamente gli occhi, il sole era già
alto nel cielo, evidentemente la sera precedente si era addormentato
sulla poltrona. Si alzò, stiracchiandosi e sbadigliando poi
si diresse verso la camera di Enjoji che trovò deserta.
“ se n’è andato … è
uscito e io non mi sono nemmeno accorto … che stupido che sono
… non c’è da stupirsi, quando vuole sa essere molto
silenzioso, farebbe invidia a un felino. Speriamo stia bene …
e che non si cacci nei guai … in questo periodo e strano.”
Prese poi il telefono e compose il numero.
«Pronto»
«Shinji? Sono Togashi!»
«Capo … Cosa desidera?»
«Dovresti farmi un lavoro molto delicato …
e voglio che sia fatto alla perfezione!»
«Di cosa si tratta?»
«Devi pedinare Inawa, voglio sapere cosa fa
con chi s’incontra e perché.»
«Ma è un appartenente all’associazione?!»
«Non ti ho scelto per questo lavoro per fare
domande! Voglio un lavoro perfetto e soprattutto nessuno lo deve sapere.
Comincerai a pedinarlo adesso e stasera voglio un rapporto dettagliato
sui suoi spostamenti. … … ricordati, voglio la massima
segretezza … … mi sono rivolto a te perché conosco
la tua bravura in queste cose vedi di non deludermi.»
«Certo, sarà fatto. Stasera troverà
nella casella di posta elettronica il mio rapporto»
*** ***
Era in cima alla torre, il vento freddo gli sfiorava
il volto e la neve cadeva leggere posandosi, per qualche secondo,
delicatamente sul suo lungo cappotto nero, prima di sparire definitivamente,
testimoniando la caducità delle cose. Sotto di lui la città,
splendida e attraente come un essere vivente, in continuo movimento,
mutamento, evoluzione.
Quanto sono stupidi gli uomini, si affannano per
vivere una vita che non potrà essere mai loro, un esistenza
fatta di dolore e sofferenza, eppure continuano a vivere … soffrendo
e sperando in cose vane e irrisorie. Si ostinano a vivere …
alcuni lo chiamano istinto di sopravvivenza, altri codardia, paura
di mettere fine al dolore … perché vivere? Perché
continuare a soffrire? Per chi continuare ad esistere?
*** ***
Era orami sera quando Enjoji decise di tornare nel
suo appartamento sperando di trovarlo deserto o forse desiderava l'esatto
opposto, forse voleva trovarlo seduto sulla poltrona ad aspettarlo,
pronto a rassicurarlo e dirgli che tutto questo era solo un orribile
incubo. Però non avrebbe mai ammesso a se stesso di aver bisogno
del suo compagno di una vita, di Akira, perché avrebbe voluto
dire ammettere la sua debolezza e riaprire una ferita troppo dolorosa,
avrebbe voluto dire negare tutto ciò che era diventato in quegli
ultimi anni, vanificare i suoi sforzi per allontanarsi dalla persona
che amava ma che non sarebbe mai potuta essere altro che un grande
amico.
Titubante aprì la porta del suo appartamento.
Le luci erano accese. Senza fare alcun rumore entrò, raggiunse
l'ampio e lussuoso salotto da cui provenivano delle voci, probabilmente
prodotte dalla televisione. Era lì! Davanti a lui seduto sul
suo divano, bello forse più del sole, che lo fissava con sguardo
severo. Era rimasto impassibile quando era entrato, non un cenno,
non una parola … perché parlare? Bastavano i suoi occhi
a far capire ogni cosa … il suo disappunto, la sua delusione,
il suo rammarico, la sua condanna.
Lo conosceva quello sguardo e ne era impaurito, l'ho
aveva già viso quella volta nel vicolo, tanti anni fa (ne ho
già parlato prima … quando si incavola da morire con
lui perché era stato imprudente e per poco non si faceva ammazzare
NdK).
Akira, alzatosi, si fermò solo a un passo
da lui e rimase immobile senza dire nemmeno una parola, lui lo avrebbe
preferito, meglio delle parole d’odio che quel silenzio e quello
sguardo che gli penetrava dentro fino all’anima.
Era imponente, non solo per la sua statura, dopotutto
non era molto più alto di lui, ma tutto in lui suggeriva potenza,
decisione, autorità.
Enjoji chiuse gli occhi lentamente, rassegnato, rimanendo
immobile e aspettando uno schiaffo.
Non arrivò.
Dopo qualche istante aprì gli occhi incredulo
e ancora più spaventato di prima. A tal punto arrivava la rabbia
e l'amarezza di Akira? Gli impedivano perfino di schiaffeggiarlo?
Lo disprezzava a tal punto?
Dopo alcuni istanti che sembravano secoli, Akira
cominciò a parlare, anteponendo alle sue parole un profondo
sospiro.
« ho preparato la cena! Fra poco è pronto
in tavola! » e detto questo si diresse in cucina.
«Non ho fame! Io vado a dormire!»
La porta della camera sbatté alle sue spalle.
Si lasciò cadere sul letto. A dir la verità avevo fame
ma pensare di dover sostenere ancora quello sguardo lo intimoriva.
Sembrava che quegli occhi chiarissimi lo penetrassero, scorgendo nel
suo essere tutto ciò che lui negava perfino a se stesso e gli
ricordavano quello che era, quello che era diventato e soprattutto
tutto il dolore che aveva provato e provava ancora. Era il suo migliore
amico, la persona a cui avrebbe dato tutto, anche la vita, era parte
di lui, era la sua fonte di vita, il suo ossigeno, ma ora non poteva
più stargli vicino, doveva fuggire, allontanarsi da lui o il
dolore lo avrebbe sopraffatto. Ma ugualmente sentiva che, senza vederlo,
sentirlo parlare, vederlo sorridere … sorridergli, o anche solo
ascoltare il suo respiro, sarebbe caduto in un baratro buio, lontano,
privo della sua energia vitale.
Gli occhi lentamente cominciarono a chiudersi sotto
il peso della frustrazione. La realtà degli eventi si spense
per lasciar spazio all’irrazionalità dei sogni. Un sonno
agitato costellato da incubi in cui non poteva mancare la figura di
Akira.
Aveva appena finito di mangiare ciò che aveva
preparato ed aveva acceso il portatile in attesa delle notizie che
aveva richiesto al suo collaboratore quando le emozioni di quella
lunga giornata cominciarono ad affiorare inquietandolo. Era arrabbiato
e questo certo non lo poteva negare, era arrabbiato con Enjoji per
come si era comportato, per essere scappato e per averlo mollato lì
come un cretino senza dargli alcuna spiegazione ma era anche tremendamente
preoccupato, lo conosceva abbastanza bene per capire il suo comportamento
e per sapere di non dover sottovalutare ciò che stava accadendo,
sapeva forse fin troppo bene come si sentiva.
Sullo schermo vide che il messaggio che stava aspettando
era arrivato, ma non conteneva ciò che si aspettava. L’e-mail,
infatti, conteneva solo un breve messaggio scrittogli dal suo collaboratore
che lo informava di star ancora pedinando il suo uomo e che ugualmente
era meglio se s’incontravano personalmente per lo scambio d’informazioni.
L’appuntamento era fissato per la mattina seguente.
*** ***
La mattina arrivò implacabile a ricordare
agli uomini il loro destino. Un delicato profumo di caffè gli
solleticò le narici riportandolo lentamente alla realtà.
Si era addormentato solo due ore prima sul divano del salotto, dopo
aver passato la notte davanti al computer per risolvere problemi di
lavoro che aveva trascurato, distratto dalla vicenda di Enoji.
Akira lentamente si alzò e raggiunse la cucina,
attirato dall’odore del caffè. Si sedette su uno sgabello
e rimase a fissare il padrone di casa che poco dopo gli pose davanti
una tazzina fumante, la accettò volentieri senza, però,
distogliere lo sguardo da quel ragazzo spaurito che voleva dimostrare
al mondo e soprattutto a lui di essere forte, di non aver bisogno
di niente e di nessuno.
Enjoji non disse nulla, bevve il suo caffè
e mangiò qualche biscotto e poi si alzò per andare in
camera quando fu fermato dalla voce estremamente dolce, quasi paterna,
di Akira che disse:
« io adesso devo uscire per faccende di lavoro,
torno presto. Tu cosa hai intenzione di fare?»
« non devi preoccuparti per me … puoi
anche non tornare … » disse queste ultime parole con un
filo di voce, erano quasi in udibili, ma ugualmente giunsero a Akira
come un grido insopportabile. Mantenne il controllo e con espressione
ancora più dolce, sforzandosi di sorridere, chiese ancora:
« hai intenzione di rimanere a casa?»
« non lo so … probabilmente dovrò
incontrare Kato »
Kato era il collaboratore di Enjoji all’organizzazione,
faceva per lui i lavori più delicati ed era l’uomo a
lui più vicino, dopo Akira, era il suo braccio destro e uno
dagli uomini più fedeli ed affidabili dell’organizzazione,
proprio questo aveva spinto il capo ad affidargli il figlio, sperando
così di poter domare quello spirito ribelle attraverso la calma
e la serietà di Kato che era nell’organizzazione da molti
anni e aveva acquisito molta esperienza.
Capitolo IV
Akira raggiunse il luogo dell’incontro, un
piccolo bar nel centro di Tokyo dove era solito incontrarsi con i
suoi uomini per ricevere informazioni. Shinji era già seduto
al tavolo riservato a nome di Akira Togashi. Si sedette anch’egli
al tavolo di fronte all’uomo che senza molti cerimoniali cominciò
a fargli il resoconto della giornata di Inawa. Nulla di rilevante,
almeno per la prima parte fino a quando Shinji non gli mostrò
una starna foto che raffigurava l’appartenente all’organizzazione
Koshino con altri due uomini, alti, eleganti e pericolosi. Uno di
essi in volto aveva una vistosa cicatrice. Akira prese in mano la
foto e la osservò a lungo poi disse:
« questo è l’esponente di spicco
della ksf, i nostri nemici e avversari nella conquista della supremazia
a Tokyo!»
« si! Sembra proprio che Inawa sia un traditore
»
« … »
L’uomo gli mostrò altre foto e altro
materiale che dava sempre più peso all’agghiacciante
ipotesi del doppio gioco.
Le sorprese però non erano ancora finite.
« … la sera è andato al blue moon,
un locale gay, ed a passato la serata lì fino alle due, quando
ubriaco è tornato a casa con un ragazzo … quest’ultimo
era piuttosto malconcio … aveva il volto pieno di lividi così
incuriosito ho chiesto un po’ in giro a quelli che lavorano
nel locale, dicono sia un cliente fisso, che ogni sera passa la notte
con un accompagnatore diverso, ma anche se paga bene nessuno vuole
più stare con lui perché sembra sia molto violento con
i ragazzi … beh è una cosa inutile però ho pensato
che forse voleva saperlo …»
« hai fatto un ottimo lavoro, mi sei stato
di grande aiuto ma adesso devo andare.»
Si alzò, prese tutte le foto e il dossier
su Inawa e uscì da velocemente dal locale. Aveva una strana
sensazione, era preoccupato. Adesso capiva come aveva fatto a scattare
quelle foto ad Enjoji, probabilmente lo aveva visto casualmente durante
una notte al Blue moon e ne aveva approfittato per ricattarlo. Decise
di parlarne con Enjoji ma quando raggiunse l’appartamento lo
trovò deserto e si ricordò delle parole dell’amico
riguardo a un probabile incontro con Kato.
Riprese la macchina e si diresse all’organizzazione
dove trovò Kato che, però, era da solo.
Cominciò a preoccuparsi, una voce dentro di
lui gli gridava che il suo amico, la cosa più importante per
lui, in quel momento era in pericolo. Chiese impaziente se aveva visto
Enjoji e se sapeva dove fosse in quel momento.
« si! E’ venuto qui all’organizzazione
per chiedermi qualche informazione su come procedeva il lavoro, poi
mentre stavamo parlando lo ha chiamato Inawa dicendo che voleva vederlo
così lui ha preso e se n’è andato, la cosa mi
ha insospettito, non mi è mai piaciuto quell’uomo, così
gli ho chiesto dove stesse andando e perché. Lui mi ha risposto
che doveva risolvere una cosa con Inawa e che lo avrebbe raggiunto
nel suo ufficio nella parte est della città. poi è sparito.»
Il suo cuore cominciò a battere veloce fino
a fargli male, uscì e correndo raggiunse la macchina, il vago
presentimento che prima lo aveva sfiorato leggermente, in quell’istante
gli attanagliava il cuore. Adesso sapeva cosa tentava di dirgli quella
voce dentro di lui, il suo cuore aveva paura, lui aveva paura di non
essere in grado di aiutare Enjoji, di proteggerlo. Corse, il mondo
attorno a lui non esisteva più, la sua mente, i suoi occhi,
il suo cuore vedevano solo Enjoji in pericolo e questo lo faceva tremare,
faceva quasi fatica respirare. Raggiunse la macchina e accese il motore.
Si fermò un istante per calmare il suo cuore
impazzito e per recuperare un briciolo di razionalità poi partì
in direzione della zona est della città, facendo numerose congetture
su ciò che un uomo simile avrebbe potuto volere da lui.
*** ***
Enjoji si sedette sulla poltrona davanti all’enorme
scrivania di Inawa. Era un ufficio molto ampio ed elegante, arredato
con mobili molto costosi e decorata con oggetti di valore, tra questi
c’era era una splendida statua del rinascimento italiano, raffigurante
un ragazzo dalle fattezze sinuose e perfette, che attirò subito
l’attenzione di Enjoji.
« è bella vero? Quella statua mi è
costata molto, ma n’è valsa la pena, non credi che quel
ragazzo abbia un fascino particolare?»
« non sono venuto qui per discutere su un pezzo
di marmo! … vediamo di fare in fretta, dimmi cosa vuoi da me,
non mi hai chiamato per questo?!»
«Come sei impaziente, non sopporto i giovani
d’oggi, non sanno prendere la vita con calma, sono troppo impulsivi
… calmati e bevi qualcosa. Non ti preoccupare che avrò
ciò che voglio»
Gli porse un bicchiere, e con un sorriso tutt’alto
che rassicurante si sedette dietro la scrivania. Enjoji bevve senza
opporsi, voleva andarsene, quella farsa era durata anche troppo.
La vista cominciò ad annebbiarsi, la stanza
cominciò a girare, una strana sensazione di leggerezza lo avvolse.
Cercò di alzarsi ma dovette desistere dal suo proposito ricadendo,
pesantemente, sulla poltrona, gli girava troppo la testa. Una figura
si avvicinò a lui, Inawa.
« non ti preoccupare fra poco la testa non
ti girerà più, per quello che ho in servo per te devi
essere cosciente!»
Una risata inquietante squarciò l’aria
facendo venire i brividi lungo la spina dorsale da Enjoji che cominciava
a preoccuparsi seriamente per quello che stava accadendo, voleva andarsene
ma non aveva forze, si sentiva stanco, spossato.
Il suo aguzzino aveva ragione, la testa aveva cessato
di girare ma si sentiva dannatamente intorpidito.
«Cosa mi hai dato brutto bastardo?»
« sai durante la guerra i samurai erano soliti
utilizzare una droga per torturare i prigionieri e costringerli a
parlare. Questa droga ha la caratteristica di indebolire e intontire
chi la assume ma la cosa ancora più bella è che stimola
tutti i centri nervosi aumentando la ricezione di tutti gli stimoli,
così il dolore viene amplificato … bello vero? Sai è
molto rara, ma per te, mi sono dato molto da fare per trovarla. Dovresti
esserne lusingato … e non fare quella faccia da cane rabbioso
o il tuo bel visino perde la sua bellezza, vedrai che quello che voglio
farti ti piacerà.»
«Fottiti!»
« è qui che ti sbagli. Ahhaa …»
Il semaforo diventò rosso, fermò la
macchina. Un lampo gli squarciò la mente. Il giorno prima non
aveva fatto particolare attenzione alle ultime parole di Shinji ma
adesso gli tornavano in mente come una nenia nefasta. In quel momento
capì quale destino attendeva il suo amico e il suo cuore perse
qualche battito, quel maiale non doveva neppure avvicinarsi al suo
dolce angelo, lui non glielo avrebbe permesso. Si accese la luce verde
e la macchina sgommò, sfrecciando verso la sua destinazione,
con una nuova angoscia che opprimeva il cuore dell’automobilista.
Gli si avvicinò e lo prese per il maglione
nero costringendolo ad alzarsi dalla poltrona, lo spinse fino alla
scrivania dove sussurrandogli nell’orecchio terminò la
frase che aveva cominciato:
« ti sbagli non sarò io ad essere fottuto
»
Mentre stava ancora pronunciando queste parole con
una mano aveva raggiunto la cerniera dei Jeans della sua vittima e
cominciò lentamente ad aprirla.
Enjoji era spaventato anche se cercava di non dimostrarlo,
quella situazione lo stava facendo impazzire, non essere in grado
di reagire e di difendersi, o almeno provarci, lo stava inquietando.
Poi raccolte le forze diede aria alla domanda che gli aleggiava nella
mente, una semplice parola ma che conteneva in sé milioni di
cose, milioni di domande, perché?
L’uomo più anziano interruppe momentaneamente
il suo lavoro con la cerniera, stupito per la domanda, poi con uno
strano ghigno che gli arcuava le labbra acconsentì rispondergli.
« perché?! … io ti odio, come
odiavo tuo fratello, … … due ragazzini che non hanno fatto
mai niente nella vita, hanno il diritto di diventare i nuovi capi
dell’associazioni ed io che ad essa ho dato tutta la mia vita,
ho lavorato per anni sacrificando anche me stesso, non posso nemmeno
sognare di diventare il successore di tuo padre … e tutto perché
ci siete voi due … ragazzini viziati … ops dimenticavo
che ora sei rimasto solo tu, il tuo caro fratello è passato
a miglior vita!
… …
Sai prima non sapevo come potermi vendicare di te
umiliarti e farti diventare mio schiavo fino a che una magnifica sera
ti ho visto al Blue Moon … e ho avuto questa splendida idea
… poi diciamo la verità hai anche un bel culetto che
deve essere una favola da fottere … così oltre che ha
vendicarmi di te e di tuo padre potrò anche godere un po’
senza nemmeno pagare quelle stupide puttanelle travestite!
… …
… …
Perché fai quella faccia? Vedrai che ti piacerà
anche a te, poi sei solo una puttana … dovresti essere abituato
a prendertelo nel culo! … adesso però mi sto stancando
di parlare …»
Gli prese un braccio e lo fece voltare, spingendolo
contro la scrivania. Enjoji si trovò con il torace appoggiato
sul piano della scrivania e le braccia distese sopra il capo anch'esse
sulla scrivania e la testa voltata da una parte con la guancia a contatto
con il freddo vetro che ricopriva lo scrittoio.
Inawa si tolse la cravatta e con questa gli legò
i polsi sopra il capo.
Il suo aguzzino gli abbassò i jeans e i boxer
fino alle ginocchia lasciando la sua pelle nuda.
Orami aveva superato ogni sua difese, non c'erano
più nemmeno quel sottile strato di tessuto a dividerlo e proteggerlo
dalle mire di Inawa. Sentì due mani fredde sfiorargli i fianchi
e raggiungere i suoi glutei che allargarono appena poi, un dolore
insopportabile, la carne sembrava lacerarsi sotto quella violenta
e unica spinta per penetrare in lui. Il dolore era insopportabile
e se il suo orgoglio non glielo avesse impedito avrebbe gridato, ma
non voleva dargli la soddisfazione di vederlo soffrire.
Il dolore certo non diminuì quando cominciò
a muoversi in lui con spinte veloci e profonde ma Enjoji orami era
rassegnato sentiva solo quel dolore insopportabile e nient'altro,
il mondo attorno a lui era sparito, la sua mente era vuota, deserta
a accezione del ricordo di una persona:
« Akira »
Era quasi un sussurro, una preghiera, un modo per
scacciare quelle tremende sensazioni che gli invadevano il corpo ormai
tremante per il dolore.
Fermò la macchina sotto lo stabile dove era
collocato l’ufficio di Inawa . Spense il motore e scese lentamente
dalla macchina e con passo deciso entrò dal portone. La rabbia,
la preoccupazione e angoscia si erano concentrate esclusivamente nei
suoi occhi, nel suo sguardo. Il suo cuore batteva regolare, il suo
respiro non tradiva la minima emozione, le sue mani non tremavano,
ma il suo sguardo era freddo, truce, tagliente e molto pericoloso.
Inawa era riuscito a risvegliare in lui la parte più spietata.
Era cosciente delle sue azioni, la rabbia e la paura che erano ugualmente
molto presenti in lui non gli offuscavano la mente, anzi lo aiutavano
ad agire con estrema freddezza e razionalità e soprattutto
con estrema crudeltà.
Il portiere, posto a controllo dell’entrata,
non c’era, un ostacolo in meno. Raggiunse la porta dell’ufficio,
a guardia, in fondo al corridoio, c’era un uomo armato che appena
vide Akira gli si avvicinò chiedendogli il motivo della sua
visita. Era un ragazzo, molto probabilmente non era molto esperto,
meglio, non gli avrebbe creato molti problemi.
« posso darti un consiglio? Vattene e non disturbarmi
con stupide domande!»
La voce era fredda, bassa e ferma, non sembrava nemmeno
umana. Il ragazzo si spaventò, la paura gli correva sulla schiena
causando profondi brividi, ugualmente si fece coraggio e con voce
tremante, che tradiva la sua inquietudine, disse:
« no! Gli ripeto la domanda: perché
è qui?»
Come risposta ottenne un pugno in pieno stomaco che
lo fece accasciare sul pavimento quasi senza fiato e per poco non
perse i sensi.
Akira si allontanò da quel fagotto umano raggiungendo
la porta dell’ufficio, costatando che, come si aspettava, era
chiusa a chiave.
Le testa aveva ricominciato a girargli, il dolore
era insopportabile e lui avrebbe voluto morire, addormentarsi e non
risvegliarsi mai più, non sentire quel corpo che si spingeva
dentro di lui causando delle fitte insostenibili, non udire quei gemiti
rochi e disarticolati prodotti ogni volta che penetravi di più
in lui, non avvertire quel grido disumano quando venne in lui, il
liquido caldo che si diffondeva in lui come un siero di morte, avrebbe
voluto solo vedere il buoi, il nulla attorno a lui, e soprattutto
avrebbe voluto non vedere più se stesso.
Sentì quel corpo estraneo uscire da lui e
delle parole che si persero nella stanza perché lui non voleva
ascoltarle, non gli interessava sapere quale altro insulto o quale
altro scherno il suo aguzzino avesse in servo per lui, non gli interessava
più nulla.
Con un violento calcio spalancò la porta.
La scena che gli si presentò davanti agli occhi era agghiacciante,
era arrivato troppo tardi. Inawa era ancora vicino al suo piccolo
angelo che era … era … in una posizione inequivocabile,
le sue congetture più pessimistiche si erano rivelate esatte
… lo aveva violentato e lui non era riuscito a impedirglielo.
due occhi spauriti lo guardavano. Erano colmi di emozioni che per
lui erano facilmente decodificabili, al contrario dei suoi, freddi,
vuoti quasi non fossero nemmeno quelli di un uomo ma di una belva
feroce . Poi quegl’occhi scuri e profondi si chiusero lentamente
per riaprirsi subito dopo quando una voce dura e bassa squarciò
l’aria.
« Allontanati immediatamente da lui!»
« sei geloso, avresti voluto farglielo tu?
…»
Ma si interruppe vedendo quello sguardo feroce che
lo trapassava, mentre si avvicinava lentamente. Akira si fermò
a qualche passo da lui, lo guardò per qualche istante, freddo
e impassibile. Gli si scagliò contro. Un pugno in pieno volto
lo fece cadere a terra confuso e disorientato.
Lo prese per la camicia e lo obbligò ad alzarsi,
un altro pugno raggiunse Inawa al volto e subito dopo nello stomaco.
Era steso a terra con il volto ricoperto da lividi
e sangue, il corpo tremante e il respiro affannato, ma con un ghigno
di sfida sul volto, sembrava quasi divertirsi a ricevere e incassare
pugno, aveva paura certo, Akira poteva anche ucciderlo e forse era
quello che desiderava dopo ciò che aveva fatto all’amico,
ma ugualmente questa situazione lo eccitava, essere riuscito a vendicarsi
di Enjoji e contemporaneamente a ferire a tal punto Akira lo riempiva
di gioia e soddisfazione.
Si preparò a incassare l’ennesimo pugno
quando Akira si fermò, richiamato da un sommesso gemito di
dolore alle sua spalle.
Akira si girò, Enjoji era scivolato a terra
senza forze, aveva tentato d’alzarsi per potersi rivestire in
qualche modo, ma il doloro glielo aveva impedito ricadendo sul pavimento
accompagnato da un gemito che aveva richiamato l’attenzione
dell’amico.
Akira lo raggiunse ai piedi della scrivania e delicatamente
gli slegò i polsi e lo rivestì, con delicatezza gli
riabbottonò i jeans e lo aiutò ad alzarsi. Lo sorreggeva
con un braccio intorno alla vita mentre con l’altra mano faceva
passare il braccio dietro il collo.
Erano ormai giunti alla porta quando Inawa, spavaldamente
anche se ogni centimetro del corpo gli doleva a causa dei colpi infertigli
da Akira, disse:
« hai fatto un errore a venire qui e trattarmi
in questo modo … così il suo caro paparino presto saprà
a che razza di figlio degenere ha deciso di affidare l’organizzazione
… ops magari Enjoji non ti ha raccontato delle sue notti brave
in certi locali … »
« diglielo pure, poi vediamo cosa dice del
fatto che gli hai violentato il figlio »
« è troppo codardo per dirlo a suo padre!
»
« forse … io no però! »
« … »
Uscirono dall’ufficio lasciando Inawa in condizioni
pietose, ma ancora vivo, purtroppo. Enjoji, mentre stavano percorrendo
il corridoio per raggiungere l’ascensore, sarebbe certamente
caduto per terra se le braccia forti dell’amico non lo avessero
trattenuto.
« cos’hai?»
Chiese Akira allarmato anche se la risposta la poteva
benissimo immaginare.
« mi fa tanto male»
Rispose con un sussurro, un lamento stringendosi
maggiormente al compagno cercando un po’ di sostegno.
« non ti preoccupare ho la macchina qui sotto
… ora ti porto a casa!».
Raggiunsero finalmente la macchina. Enjoji faceva
molta fatica a camminare, a ogni passo il dolore si riacutizzava,
impedendogli quasi di respirare.
Si sedette davanti, nel posto accanto al guidatore,
senza dir nulla. Durante il tragitto nessuno dei due disse nulla,
cosa dire in una simile situazione?
Capitolo V
Akira aprì la porta del suo appartamento ed
entrò aiutando l’amico che però gli svenne tra
le braccia per il dolore e la stanchezza. Akira, allora, lo prese
in braccio e lo portò in camera da letto dove lo adagiò
lentamente sul letto. Gli tolse il cappotto e le scarpe, poi si dedicò
al maglione, scoprì lentamente la pelle liscia e bianchissima
dell’ampio torace dell’amico. Pose il maglione sulla sedia
e tornò vicino al letto per coprire il corpo dell’amico
con il piumone quando si accorse della macchia rossa sui Jeans, decise
così di togliergli anche i pantaloni, non sopportava di vedere
la traccia così evidente dello stupro.
Gli sfilò i jeans e i boxer che erano anch’èssi
sporchi di sangue, quel pervertito certo non era stato delicato con
lui.
Prese gli indumenti e li gettò in lavatrice
poi prese una salvietta e la imbeve con un acqua e ritornò
da Enjoji. Delicatamente gli ripulì le cosce e i glutei del
sangue rappreso. Il corpo di Enjoji, che nel frattempo si era ripreso,
sotto quel tocco, anche se estremamente delicato, fu percorso da tremiti.
Akira, allora, si affrettò a calmarlo.
Quando ebbe finito, ricoprì l’amico
con il piumone e si diresse verso il bagno quando fu fermato dalla
voce del compagno che sussurrando disse:
« Aki-chan ti prego rimani qui con me!»
Akira si sentì morire, da quanto tempo che
non lo chiamava in quel modo, da quanto tempo non cercava più
la sua vicinanza.
Gli si coricò accanto e lo abbracciò
delicatamente. Enjoji si strinse nel suo abbraccio e appoggiando il
volto nell’incavo del suo collo cominciò a piangere silenziosamente,
copiose lacrime scendevano dai suo occhi, cadendo sulla spalla di
Akira e accarezzando la sua pelle.
Lentamente le lacrime si placarono e lui si calmò,
addormentandosi in quel dolce abbraccio intossicante.
La notte fu lunga e costellata di incubi ma il fatto
che ogni qualvolta si svegliava impaurito e imperlato di sudore trovasse
Akira lì accanto a lui che lo abbracciava, lo rassicurava e
gli permetteva ogni volta di riaddormentarsi.
La mattina però si ritrovò da solo
nel letto, in quel grande letto che aveva lo stesso odore di Akira.
Orfano della presenza del corpo accanto a lui, tentò di mettersi
a sedere sul letto. Non ci riuscì, appena sollevò il
capo la testa cominciò a girargli e un tremendo mal di testa
manifestò la sua presenza accompagnato da un dolore che dai
lombi si irradiava per tutta la schiena.
Ricadde rassegnato sul materasso, tutto quello che
era successo in quel momento lo sommerse come un'onda impetuosa.
Aveva lo sguardo fisso sul soffitto quando sentì
dei passi avvicinarsi al letto, voltò la testa e vide Akira,
avvicinarsi con un vassoio in mano.
« ti sei svegliato! Ti ho portato la colazione
»
« grazie»
Si mise seduto con l'aiuto dell'amico che subito
dopo gli porse un bicchiere d'acqua e una pastiglia dicendogli che
gli avrebbe alleviato un po’ il dolore.
Non aveva molta fame ma si sforzò ugualmente
di ingerire qualcosa.
Quando ebbe finito Akira portò via il vassoio
e quando riapparve nella stanza aveva in mano i boxer di Enjoji. Glieli
porse dicendo:« tieni, per i jeans però dovrai aspettare
un po’ perché ieri sera ti ho lavato i vestiti e non
sono ancora asciutti … »
« potresti prestarmi tu un paio di pantaloni?»
« si certo, ti andranno un po’ grandi
però»
Aprì un cassetto e ne tirò fuori una
tuta nera.
« ti va bene questa?»
«Grazie»
La appoggiò ai piedi del letto. Akira preferì
uscire e lasciare da solo Enjoji mentre si cambiava. La sua scelta
comunque non aveva nulla a che vedere con gli avvenimenti della sera
precedente.
Tra di loro non c'era mai stata vergogna nel vedersi
senza vestiti, dopo tutto erano cresciuti insieme, ma in quell’ultimo
periodo il loro rapporto era cambiato e tra loro non c'era più
quello inibito che aveva caratterizzato la loro giovinezza.
Dopo poco Enjoji uscì dalla camera vestito
e teneva nella mano destra il cappotto. Si diresse senza dire nulla
verso la porta. Sapeva che non sarebbe riuscito ad andarsene senza
dare spiegazioni ad Akira, in fin dei conti avrebbe avuto ragione
se gli avesse fatto delle domande o avesse insistito per farlo rimanere,
ma la situazione gli stava sfuggendo di mano, non poteva più
stare vicino a lui o sarebbe impazzito e certo Akira non si meritava
di dover fare da balia a uno come lui, non capiva perché gli
stava ancora accanto, sembrava che non gli importasse che lui fosse
un … un pervertito che si divertiva a passare la notte con ragazzi
che non aveva mai visto, un bambino debole che si illudeva di essere
forte ed auto sufficiente e che continuava a cercare la mamma, che
nel suo caso era Akira, un relitto umano che non era in grado che
di soffrire e che non desiderava altro che morire ma che era troppo
codardo per suicidarsi, un amico ingrato che era capace solo di allontanarlo
e ferirlo quando non desiderava altro che stare fra le sua braccia,
un debole che non era riuscito ad evitare che un sadico, depravato
abusasse di lui, dissolvendo anche quel poco di dignità che
gli era rimasta.
« dove stai andando?»
Quelle parole tradirono la sua preoccupazione il
suo stupore e anche la sua rabbia, proprio non capiva perché
Enjoji si ostinasse ad allontanarlo, a scappare da lui, anche se il
suo tono aveva sempre un velo di dolcezza e di tenerezza. Un aspetto
di Akira che era riservato esclusivamente al suo piccolo angelo, non
era più tanto piccolo sia d'età che d'aspetto, ma per
lui rimaneva sempre l'amico indifeso che doveva e voleva proteggere
perché una creatura tanto bella e dolce non meritava di soffrire.
Per tutti gli altri Akira Togashi era un uomo intoccabile, freddo
e riflessivo che sapeva fare benissimo il suo lavoro, una persona
tutta d'un pezzo a cui nulla avrebbe potuto far perdere la calma.
« voglio tornare a casa?»
« e vuoi andarci a piedi?»
« … …»
«Lascia almeno che ti accompagni»
« non ce n'è bisogno»
« allora ti chiamo un taxi»
« non ce n'è bisogno»
« ma se non riesci nemmeno a camminare …
e comunque ormai ho deciso»
« ma io non ti ho chiesto niente»
« ormai sono anni che non mi chiedi più
niente … sono anni che non mi parli …»
Le cose stavano degenerando, entrambi stavano perdendo
il controllo delle loro parole, nessuno dei due voleva mettersi a
litigare, non lo avevano mai fatto da quando si erano conosciuti,
ma adesso non erano più in grado di tacere, di nascondere le
loro paure, le loro angosce e il loro rammarico.
Dopo una breve pausa Akira riprese, era intenzionato
a fare chiarezza, a capire cose gli stava succedendo perché
si comportava così nei suoi confronti.
« perché cerchi in tutti i modi di allontanarti
da me?»
« … … »
« avrò almeno il diritto di saperlo»
« tu non dovevi vederlo!»
« vedere cosa?»
« cosa sono diventato, cosa sono»
« …»
« non dovevi saper che sono gay, delle mie
notti brave e soprattutto non dovevi venire ieri sera, dovevi lasciare
che quel maiale finisse di torturarmi … tu non dovevi saperne
niente … niente …»
La sua voce si trasformò in un grido disperato.
Akira, allora, gli sollevò il mento con la mano costringendolo
ad alzare lo sguardo che teneva inchiodato sul pavimento.
« cosa stai dicendo? Ti sembrano discordi sensati?
Credi veramente che avrei potuto lasciarti lì? E poi, credi
veramente che io non possa accettare la tua omosessualità?
Io l'ho già accettata e non mi crea nessun problema piuttosto
sei tu che non riesci a farlo … »
« … »
« non è solo questo vero? Non è
solo la paura che io possa non accettare le tue tendenze sessuali,
non è così? Cos'è che ancora ti spinge a scappare
da me? Hai paura di me? Non mi ritieni più tuo amico? Cosa?
Per favore dimmelo!»
« per me non sei più solo un semplice
amico e non riesco più a sopportare questa situazione …»
« … »
« vado ad aspettare il taxi!»
E detto questo, senza dare il tempo ad Akira di controbattere,
uscì dall'appartamento con passo spedito, per quanto il suo
corpo glielo permettesse.
Capitolo VI
« ciao Enjoji come va? Non ti senti bene? Hai
un aspetto pessimo!»
« … »
« tuo padre a detto che ti vuole vedere e che
devi andare da lui … … cos'hai? Ho detto qualcosa che
ti ha turbato?»
Kato infatti, si era accorto del repentino cambiamento
di Enjoji, quando gli aveva detto che lo stava cercando suo padre.
Era diventato ancora più cadaverico di prima.
« niente, niente, sarà meglio non farlo
aspettare troppo, non credi?»
Mentre si dirigeva nell'ufficio del padre cominciò
a fare delle congetture sul motivo dell'incontro: Enjoji era sicuro
che Inawa avesse mostrato le foto al padre che voleva da lui delle
spiegazioni, ma quello che lo impensieriva di più era ciò
che avrebbe potuto dire Akira, magari aveva già raccontato
al padre ciò che era accaduto, dopo tutto aveva minacciato
anche Inawa di farlo.
Bussò ed entrò. Nella stanza c'era
suo padre ed Akira ed un altro uomo che inizialmente non riconobbe.
Avanzò titubante verso il padre. Notò che nella poltrona
accanto ad Akira sedeva Inawa.
« ciao Enjoji, adesso che ci siamo tutti posiamo
anche cominciare! - Enjoji senza proferire parola si sedette sulla
sedia libara, posta lì per lui - mi sono giunte delle voci
che non mi sono per niente piaciute … ho qui davanti delle foto
… mi sono rammaricato molto nel vederle, esigo delle spiegazioni
dettagliate a riguardo! »
porse le foto ad Inawa aspettando una risposta che
si fece attendere più del dovuto.
« non capisco … »
« io sì! - proruppe Koshino - e sai
cosa ne penso? che tu mi abbia tradito, abbia tradito tutti noi e
queste foto lo dimostrano. Non posso permettere che un uomo tradisca
la mia fiducia alleandosi con i componenti della ksf. La tua collusione
con i nostri nemici è dimostrata da queste foto e scommetto
che non dovremo faticare molto per trovare le prove del tuo legame
con l'omicidio di mio figlio! … non posso perdonarti per questo
e lo sai bene cosa succede ai traditori! »
Inawa fu portato da due uomini dell'organizzazione
in una stanza appartata da cui uscì senza vita con una pallottola
nel cervello. Prima di uscire dalla stanza però volle svelare
la sua ultima carta, conscio del fatto che non sarebbe, ugualmente,
riuscito a cambiare le sue sorti.
« io morirò, ma non voglio certo affondare
da solo! Mi permetta almeno di mostrarle una cosa prima di essere
portato via, scommetto che la troverà molto interessante!»
Estrasse dalla tasca della giacca tre foto e le diede
a Koshino.
Inawa infatti, a conoscenza della severità
e della rigidità dei costumi di Koshino, sperava in questo
modo di persuadere il padre di Enjoji a non sceglierlo come suo successore
perché indegno.
« portatelo via, non lo voglio vederlo un minuto
di più!»
Quando la porta si chiuse, cominciò a parlare
rivolgendosi al figlio con voce grave.
« cosa significano? … … …
Sei … gay? È vero?»
« … … si!»
« … … … beh non posso negare
di essere stupito, … … ma non posso cambiarti e sarebbe
stupido da parte mia illudermi del contrario … è una
tua scelta e non posso certo contestarla … ho solo bisogno di
qualche tempo per abituarmi all'idea, ma non voglio che per una cosa
così futile si incrinino ulteriormente i nostri già
precari rapporti … …»
*** ***
Abbandonò l'ufficio del padre frastornato,
in pochi giorni erano successe troppe cose. L’insolita e inaspettata
tolleranza da parte del padre lo aveva disorientato.
Andò sulla terrazza del palazzo, aveva bisogno
di un po’ d'aria per riordinare le idee.
Dopo pochi minuti però sentì la porta
del terrazzo aprirsi e vide Akira avvicinarsi. Si appoggiò
alla ringhiera alla quale anche lui si era appoggiato ad ammirare
il tramonto.
«dobbiamo finire il discorso di questa mattina
…»
« il discorso è terminato quando sono
uscito dal tuo appartamento»
« per me no! Non è ancora finito, voglio
chiarire la situazione!»
«scommetto che non potrei impedirti di farlo!»
« no!»
« … »
« … conoscevo un uomo, … …
neanche lui accettava di desiderare e d’aver bisogno della compagnia
di un altro uomo, la famiglia lo aveva rinnegato, lui si disprezzava,
si sentiva colpevole, diverso, sbagliato. Si odiava e cercava sostegno
e amore nella fredda notte dei locali. Tutto quello che trovò
fu il piacere fisico. Odiava tutto quello ma non poteva evitarlo.
Fino a che la sua frustrazione e il suo odio per se stesso lo dilaniarono
… l'ho visto gettarsi nel vuoto, ho visto le sue lacrime e l'ho
sentito chiedere perdono per quello che stava facendo e per ciò
che aveva fatto. Ho visto il suo corpo senza vita … ho sentito
la sua tristezza»
Era una vicenda che lo aveva segnato profondamente,
si poteva capire facilmente. Stava ancora soffrendo mentre glielo
raccontava. Come era possibile che non si fosse accorto di nulla quando
era accaduto? Erano sempre stati vicini, come era riuscito a nascondere
perfino a lui, che si riteneva il suo amico più fidato, una
cosa tanto dolorosa? O forse in tutti quegl’anni lui si era
stato interessato solamente ai suoi problemi ignorando, senza accorgersene,
l’amico che al contrario gli era stato sempre accanto capendolo,
rassicurandolo e senza mai fargli pesare nulla. Sosteneva di amare
l’amico come nulla al mondo, ma come si poteva considerare amore
se non era stato nemmeno in grado di capirlo in quei lunghi anni.
Era stato capace, solamente, di compiangersi per i suoi problemi e
solo ora capiva quanto anche l’altro aveva sofferto nella sua
vita e lui non era stato capace di sostenerlo.
“egoista … sono solo uno stupido egoista!
Un bambino viziato!”
« io non voglio vederti riverso su qualche
marciapiede, non potrei sopportare la tua perdita … non posso
vedere un'altra persona suicidarsi perché non riesce ad accettarsi,
perché la società ha imposto un modo di vivere che deve
essere uguale per tutti … … se non vuoi vivere per te
stesso, ti prego, fallo almeno per me … non uccidere la persona
che amo! Non mi far soffrire ancora! Non chiedo il tuo amore ma …
»
« ti prego smettila … non andare avanti
oltre! Baciamo soltanto!»
Enjoji era confuso, disorientato ma per la prima
volta dopo tanti anni felice. Molte sue domande ricevettero in quell'istante
la risposta, adesso sapeva per chi voleva e doveva lottare, per chi
doveva vivere e soffrire. Poteva togliersi quella maschera che gli
offuscava il viso, adesso avrebbe potuto amare senza restrizioni.
Da quel momento avrebbe ricominciato la sua vita, non s’illudeva
che adesso sarebbe stata felice la sua esistenza ma sapeva che ci
sarebbe sempre stato un posto per lui, il caldo abbraccio d’Akira.