Titolo: Enjoji
Autore: ki_chan
Numero capitoli: 6
Pairing: Akira x Enjoji
Raiting: pg13
Anno: 2001/2002

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conclusa

Enjoji

capitolo 1

Era notte fonda. La città di Tokyo era dolcemente addormentata sotto l’amorevole cura della luna piena. Un individuo alto e molto elegante si apprestava ad entrare in un piccolo vicolo buio dove avrebbe incontrare un uomo.

Era il figlio del capo della famiglia Koshino, nota organizzazione criminale che operava nella capitale del Giappone. Il suo nome era Takenori, aveva circa 20 anni ed era il secondogenito, ma ugualmente era il candidato più accreditato alla successione del padre come nuovo capo della famiglia. Il fratello, infatti, qualche anno prima aveva avuto un violento scambio d’opinioni con il padre riguardo l’organizzazione delle attività della famiglia, incrinando così, forse definitivamente il loro rapporto già molto precario.

Takenori Koshino si era presentato in quel vicolo, apparentemente deserto, per incontrare un uomo coinvolto con le attività criminali della famiglia.

Il vicolo era completamente avvolto nell’oscurità, decise in ogni caso di proseguire fidandosi, imprudentemente, dell’uomo che avrebbe dovuto incontrare.

Sentì un rumore alle sue spalle. Quando si girò, l’uomo che stava aspettando non era presente, al suo posto c’era un uomo molto alto e caratterizzato da una cicatrice che gli deturpava il volto, seguito da quattro uomini vestiti di scuro. Takenori lo riconobbe immediatamente, cercò di estrarre la pistola ma fu anticipato dal suo antagonista che lo colpì in pieno petto, all’altezza del cuore.

Ritrovarono il corpo la mattina seguente.

*** ***

Era una splendida giornata d’estate, le vacanze stavano giungendo al termine, due bambini camminavano ridendo e divertendosi per la lunga salita che portava alla grande villa, residenza estiva della famiglia Koshino e dei collaboratori più fidati. Il bambino più giovane aveva circa sei anni mentre l’amico aveva due anni in più, anche se sembrava molto più grande. Avevano giocato a calcio, come testimoniavano le macchie di fango ed erba sui loro vestiti e il pallone da calcio che il più piccolo custodiva gelosamente tra le mani. Stavano gustando un gelato enorme, almeno visto dagli occhi di un bambino. Il più piccolo inciampò nella stringa slacciata, rimase miracolosamente in piedi ma il gelato cadde rovinosamente al suolo. Rimase fermo, immobile, fissando il gelato, dopo qualche istante i suoi occhi furono annebbiati delle lacrime che scorrevano sul volto, accompagnate da profondi singhiozzi.

L’altro bambino gli si avvicinò con un dolcissimo sorriso stampato sul volto e asciugandogli le lacrime con il dorso della mano, disse: «dai Enjoji non piangere … tieni, prendi il mio!». Accettò felicissimo il regalo e con gli occhi ancora lucidi ma felici disse: « grazie Aki-chan» scatenando così la risposta scherzosa dell’altro ragazzo che assunse un tono irritato: «lo sai che non mi piace quando mi chiami così! Ti costa tanto pronunciare il mio nome per intero?»

*** ***

« mi potrebbe portare un altro tè »

Il cameriere dopo qualche minuto ritornò con una tazza di te. Cominciò a sorseggiarlo lentamente, era un bel locale, tranquillo, molto raffinato.

Era molto stanco, non fisicamente ma a livello mentale, stava per impazzire, aveva una tremenda sensazione. Quell’insolito invito. Era così strano che Inawa lo avesse incontrare, si erano sempre odiati a vicenda, non si potevano sopportare e per questo si evitavano. Poi, quello strano messaggio lasciato in segreteria: ‘domani al sakura alle 10.00. Sii puntuale!’ Certo dopo quello che era successo a suo fratello era lui il futuro capo della famiglia Koshino, e forse Inawa voleva riallacciare i rapporti per futuri favori …

Poi una vicenda lontana riaffiorò nel mare dei suoi ricordi riportandolo in diedro di molti anni.

‘Ero stato un incosciente a poter solo sperare di riuscire a fronteggiare tre uomini appartenenti alla famiglia a noi avversa, ma per orgoglio e incoscienza giovanile avevo deciso di affrontarli ugualmente. Le cose però non erano andate certo come avevo immaginato e come speravo nel profondo del cuore. Quella volta avevo veramente rischiato la vita, se non fosse intervenuto Akira a quest’ora sarei sepolto sotto un metro di terra. Akira … Akira Togashi il figlio del braccio destro di mio padre. Era morto quando Akira era ancora piccolo per salvare la vita a mio padre il quale, dopo la sua morte, aveva deciso di tenere con se la vedova e il piccolo figlio. Diventammo subito grandi amici e quando fummo cresciuti, entrammo entrambi a far parte dell’associazione malavitosa di mio padre.

Appena fummo soli, Akira arrabbiato, o forse meglio dire furioso, cominciò a rimproverarmi gridando, come mai prima: «cos’hai nella testa? Segatura forse? Ti rendi conto che hai rischiato di farti ammazzare? … …» continuò a parlarmi in quel modo per molto tempo … beh almeno a me sembrava molto tempo. Fui scioccato e impaurito nel vederlo così, mai l’avevo visto così furibondo. Quella fu la prima e ultima volta che si arrabbiò in quel modo. Non era certo una persona facile all’ira, anzi, non perdeva mai il controllo, soprattutto con me … eppure quella volta lo fece, perse il suo solito autocontrollo la sua tranquillità e calma, sembrava un’altra persona e io tuttora non capisco cosa possa averlo turbato tanto …’

“ perché mi viene in mente tutto questo adesso … sono passati otto anni da allora, sono cambiato … siamo cambiati, all’epoca avevo solo diciassette anni. Sono cresciuto … adesso sono un uomo … sono una persona fredda, sicura di me, potente e rispettata … non sono più il bambino che lui deve proteggere … ma ugualmente quando sento il pericolo imminente penso a lui d’istinto, come se una piccola parte di me cercasse ancora il suo aiuto, la sua protezione … perché ogni volta che sono con lui mi sento piccolo e insignificante? Perché con lui non riesco ad essere la persona fredda e cinica che sono di fronte a tutti gli altri? …”

Enjoji Koshino, in tutta la sua eleganza e bellezza, era seduto al tavolo immerso nei suoi pensieri con aria fredda e distaccata quando entrò nel locale la persona che gli aveva dato l’appuntamento. Lo vide entrare ma non si voltò, non voleva dargli la minima considerazione. Solo quando l’uomo raggiunse il suo tavolo dovette guardarlo negli occhi.

Inawa in quel momento fu travolto da uno sguardo minaccioso ma allo stesso tempo indifferente, lo stesso sguardo che Enjoji era solito riservare per i suoi più acerrimi nemici che, a causa del suo lavoro, sempre che così si potesse chiamare, erano molto numerosi a Tokyo e non solo. Quello sguardo lo offese e s’irritò ma si era già preparato ad una simile accoglienza. Si sedette senza conferire parola.

Con voce fredda e atona il giovane uomo, osteggiando sicurezza e superiorità, si rivolse al suo interlocutore rompendo il silenzio che era calato tra loro

«perché mi hai disturbato, lo sai che in questo periodo sono molto occupato! Cosa mi devi dire di tanto urgente?»

L’uomo di fronte a lui non disse nulla, si limitò ad estrarre dalla tasca interna del cappotto una busta bianca. La pose sul tavolo poi con l’indice la spinse verso Enjoji.

Aprì la busta lentamente, osservò a lungo le foto che conteneva poi, senza far trasparire la minima preoccupazione, la richiuse e disse:

« cosa significano?».

L’uomo davanti a lui fu illuminato da un sorriso di soddisfazione e rispose:

«Diciamo che queste foto potrebbero finire tra le mani di tuo padre e tutti lo verrebbero a sapere».

Aveva tanta voglia di spaccargli la faccia ma mantenne il controllo e chiese un po’ irritato: «cosa vuoi in cambio? Soldi o cos’altro?»

«No niente soldi, ho bisogno che tu faccia un lavoretto per me!»

« che tipo di lavoretto?»

«Niente di difficile, ma avrai maggiori dettagli fra qualche giorno!» detto questo Inawa si alzò e si diresse verso la porta, prima però si volto e rivolgendosi ad Enjoji disse: «quelle le puoi anche tenere per ricordo, tanto io ne ho altre!»

“sfotte anche! … accidenti a lui sono in un bel casino … potrei ignorare le sue minacce dopo tutto sono affari miei … certo papà si arrabbierebbe e forse mi caccerebbe …. Ma non voglio che lo sappia Akira, tutti ma non lui, ma chi voglio prender in giro, non sopporterei mai che qualcuno, chiunque sia lo sappia! … … Akira … non potrei più guardarlo negl’occhi … cosa penserebbe di me, non è difficile immaginarlo … non mi resta che sottostare alle sue minacce anche se è l’ultima cosa che vorrei … …”

Uscì dal locale, si chiuse il cappotto nero perché il freddo era insopportabile anche se era una bella giornata col sole. Era confuso, arrabbiato, disperato e anche impaurito ma ugualmente il suo aspetto era fiero, sicuro, impassibile e distaccato e lui manteneva la sua rara bellezza, i capelli nero alabastro, la pelle liscia, il corpo snello ma ugualmente molto muscoloso. Caratteristiche valorizzate dal suo cappotto nero che gli accarezzava le forme sinuose del corpo fin poco sopra le caviglie e che copriva un bellissimo vestito nero e la cravatta in tinta, al polso un costoso cronografo e all’orecchio un piccolo orecchino d’oro bianco, unico testimone dalla sua gioventù spesa alla ribellione. Sembrava impossibile che un ragazzo arrogante e indisciplinato come lui potesse essere diventato un uomo serio e responsabile che a breve sarebbe diventato il capo di un’associazione criminale tra le più famose e temute di Tokyo.

 

 

Capitolo II

Aprì la porta del suo appartamento nel centro di Tokyo ed entrò. Si ricordò che quel giorno doveva cenare con Akira ma dopo lo spiacevole incontro di qualche ora prima non si sentiva proprio di incontrarlo perché era più che convinto sarebbe riuscito a fargli dire tutto, ci riusciva sempre e questa volta non sarebbe stato diverso.

Prese il telefono e compose il numero mentre si abbandonava sulla poltrona del salotto di fronte alla grande finestra che accedeva al balcone. Mentre il telefono suonava libero lui si perse per qualche secondo, lasciando che il suo sguardo spaziasse sul panorama della città di Tokyo. Quanti tetti, quante persone, quante storie, quante vite si riunivano e s’incrociavano, intrecciandosi o dividendosi … i pensieri furono interrotti dalla voce d’Akira registrata sul nastro della segreteria. Lasciò un messaggio scusandosi di non potersi incontrarsi con lui perché non si sentiva troppo bene.

*** ***

Aprì lentamente gli occhi, si era addormentato sulla poltrona, mise a fuoco l’orologio a fatica, erano le sei di sera. Il campanello suonò per la seconda volta, la prima volta lo aveva svegliato ma non si era reso conto di cosa fosse successo.

Si svegliò completamente, si alzò e prese la sua pistola che aveva lasciato sul tavolo quando era arrivato.

“chi può essere? Non aspetto nessuno … devo stare attento…!”

Si avvicinò alla porta e guardò attraverso lo spioncino della porta impugnando con più forza la pistola mentre la mano gli tremava.

Non era certo da lui comportarsi in quel modo, tremare, aver paura, prendere la pistola per vedere chi avesse suonato alla porta. Quell’incontro lo aveva massacrato … le foto, quell’uomo erano riusciti a riaprire in lui una ferita che non si era ancora rimarginata.

Tirò un sospiro di sollievo e ricominciò a respirare mentre apriva la porta facendo entrare il suo ospite.

Akira entrò e gli porse il ramen che aveva comprato, accompagnato da un sorriso. Notò immediatamente il tremore che percorreva il corpo dell’amico e vide anche la pistola ma decise di non fare domande, per il momento.

«Dato che stai male sono venuto a trovarti e poiché è da tanto che non pranziamo insieme ho preso un po’ di ramen … so che ti piace tanto … … »

Dopo qualche istante riprese a parlare non avendo avuto alcuna risposta.

«Sei molto pallido, hai la febbre?…»

Chiese posandogli gentilmente la mano sulla fronte che però era fredda… ghiacciata e imperlata da piccole goccioline di sudore. Enjoji però si allontanò rapidamente e prese in mano la confezione di cibo.

Mangiarono nel più totale silenzio e questo cominciava a preoccupare seriamente Akira che aveva subito intuito il malessere dell’amico e il suo strano comportamento. Rimase qualche istante ad osservarlo mentre maneggiava abilmente e sinuosamente le bacchette.

“il tuo sorriso bello e prezioso come un diamante e luminoso come il sole … da quanto tempo non me lo mostri … ormai è solo un’ombra nei miei ricordi lontani … troppo lontani. Perché hai perso il sorriso cosa ti è successo per poterti cambiare così tanto … quando è successo … saranno anni che il tuo volto non assume un’aria serena e felice … quanto soffro per la mancanza delle tue dolci risate … che hanno lasciato il posto alla freddezza e alla indifferenza e io non lo posso sopportare …oggi è anche peggio degli altri giorni … oggi vedo solo tristezza e disperazione nei tuoi occhi, sul tuo viso, nelle tue rare parole …”

Finirono il pranzo quando Akira decise che era ora di far chiarezza e scoprire la causa del malessere di Enjoji.

«Enjoji cosa è successo?»

Era serio e diretto, come era nel suo carattere. In quel momento Enjoji capì che sarebbe riuscito a fargli dire tutto e lui non avrebbe potuto fare nulla per fermarlo, ma questa volta la posta in gioco era troppo alta e lui doveva combattere contro Akira a contro se stesso per evitare che sapesse tutto.

«Te l’ho detto non mi sento per niente bene!»

«Non prendermi in giro, non sono stupido e ti conosco da venticinque anni … cosa è accaduto!»

«Inawa mi ha voluto incontrare e sono rimasto un po’ scioccato tutto qua.»

«Cosa ti ha detto»

«Niente d’importante, dai cambiamo argomento!»

«Importanza ne aveva, per ridurti in quello stato, sei pallido come un cadavere, quando sono entrato stavi tremando e poi non è da te accogliere le persone con una pistola in mano!»

«Mi ha proposto di fare un lavoro per lui»

«Voglio la verità»

«Mi ha minacciato ma niente di grave e poi non sono affari che ti riguardano!»

“ha ragione che non sono fatti miei ma devo sapere cosa l’ho ha ridotto così … lui certo non me lo dirà devo trovare il modo per farmelo dire …” poi improvvisamente si ricordò della strana busta che aveva notato quando era entrato. Guardò sul tavolo, la busta era ancora lì. Allora lentamente si alzò e si diresse al tavolo e prese la lettera, poi senza aprirla disse, rivolgendosi ad Enjoji che era ancora sulla poltrona.

«Questa forse mi può spiegare cosa è successo e cosa ti sta succedendo?!».

Enjoji scatto in piedi e si precipitò verso l’uomo in piedi vicino al tavolo. Assumendo il comportamento più freddo che la situazione gli concedeva, disse:

«Non sono affari tuoi! Non provare ad aprirla!»

«Allora dimmelo tu cosa è successo!»

«No!»

«Non mi lasci altra scelta … non posso vederti in queste condizioni!»

Era stufo, esasperato, stanco di lottare, di fare una guerra persa in partenza … era esausto, logorato dai mille pensieri che si accalcavano prepotenti nella sua mente. Spossato si arrese e lasciò che la cruda verità emergesse, lasciò che l’esasperazione, la frustrazione e la rabbia uscissero legate indissolubilmente alle parole.

«Cosa ti devo dire? Cosa vuoi sentirti dire … che quello stronzo mi minaccia di dare a mio padre le foto che dimostrano quello che sono … un finocchio! È questo che vuoi sentirti dire? O preferisci che ti dica che mi sbatto ragazzi che non conosco neanche? Dimmi cos’altro vuoi sapere? … … Adesso puoi odiarmi, puoi disprezzarmi e essere disgustato da me … ma fallo fuori da casa mia …»

Akira non sapeva cosa dirgli, gli aveva detto tutto così in fretta che era rimasto senza parole. L’unica cosa che riuscì dire, quando gli si era avvicinato cercando di abbracciarlo per infondergli coraggio e per porre fine al tremore che percorreva il corpo di Enjoji, fu: «io non ti odio e non ti disprezzo, non potrei farlo … qualunque cosa tu faccia!
Il carico emotivo fu troppo pesante da sostenere per Enjoji che svenne in quel dolce abbraccio.

Akira lo portò a letto, lo distese delicatamente e lo avvolse con la coperta. Spense la luce e tornò in soggiorno. Prese la busta e la aprì. Il cuore gli batteva velocemente, ancora un po’ titubante, estrasse le foto. Il suo cuore si fermò per qualche istante per poi ricominciare a battere violentemente, dolorosamente. Le foto raffiguravano Enjoji in atteggiamenti inequivocabili, mentre cercava di rimorchiare un giovane in un locale, che probabilmente aveva una clientela esclusivamente gay. Akira in quel momento provò una fitta dolorosa nel petto. Vedere Enjoji con un uomo lo turbava così tanto?! La verità è che era amareggiato ogni volta che vedeva il suo migliore amico, il suo confidente, colui che considerava più di un fratello con qualcuno che non fosse lui.
Rimise le foto nella busta e la ripose e si andò a sedere sulla poltrona aspettando che Enjoji si risvegliasse.

 

 

Capitolo III

Il sole stava sorgendo quando gli occhi di Enjoji si aprirono lentamente. Non si ricordava bene cosa fosse successo dopo l’abbraccio di Akira. L’unica cosa che gli tornava alla memoria erano le sue parole, dette con rabbia con frustrazione, e il suo corpo che tremava come un pulcino e le mani forti che lo avvolgevano, il suo calore rassicurante poi il buio.

Si alzò senza far rumore e si mise le scarpe e il cappotto. Mentre usciva, vide Akira addormentato sulla poltrona e il suo cuore si fermò colmo di tristezza e angoscia.

Quella mattina c’era un leggero vento che gli accarezzava il volto. Il freddo era insopportabile sembrava che mille spilli si conficcassero nella sua pelle … ma il suo dolore non era causato dal freddo. Quello che gli lacerava il cuore era la paura di essere disprezzato da Akira, la vergogna, il disonore, le sue parole, parole che non avrebbe mai voluto pronunciare. Adesso aveva paura, paura di leggere nei bellissimi occhi azzurri come il ghiaccio di Akira il disprezzo che lui stesso provava guardandosi allo specchio.

Le strade erano ancora pressoché deserte, i negozi stavano aprendo. A breve Tokyo avrebbe ricominciato a vivere, si sarebbe svegliata sotto il cielo grigio colmo di nuvole, gli operai sarebbero andati al lavoro, le mamme avrebbero accompagnato i figli a scuola e poi sarebbero andate a fare la spesa, gruppi di studenti in divisa scolastica avrebbero invaso le vie con le loro risate, le strade sarebbero diventate impercorribili, la frenetica vita del cuore pulsante del Giappone avrebbe ricominciato, come ogni mattina. Ma non in quel momento, quando gli edifici venivano lentamente illuminati dalla luce solare, le persone erano nelle loro case, nei loro letti, quando non era né notte né giorno.

*** ***

Da quanto stava camminando? Non lo sapeva neppure lui, non sapeva neanche dove stesse andando, non aveva una meta, voleva solo non tornare a casa, non dover guardarlo negli occhi, non dover parlare con lui. Stava scappando da lui e da se stesso, da quello che era diventato o che era sempre stato.

La gente gli passava di fianco lo sfiorava e se n’andava incurante e ignara del suo dolore. Vide davanti a lui, appoggiati al muro due ragazzi giovani, entrambi ridevano divertiti, felici e spensierati, anche lui era così, ma adesso cos’era?

Passò di fronte ad una grande vetrina, si fermò, rimase ad osservare la sua immagine riflessa. Ormai era un uomo, un adulto, bello, rispettato e temuto, i soldi certo non gli mancavano. Ma lui si odiava, non poteva accettare quello che era, la sua omosessualità, la sua vita, lui.

La notte era il momento più difficile, ritornare a casa sapendo di aver ucciso, maltrattato e picchiato, entrare nel suo grande e lussuoso appartamento … inesorabilmente vuoto, freddo. Andare a letto e cercare il calore umano accanto a se che non avrebbe mai trovato. Vagare nella notte in cerca d’amore, compagnia e calore e trovare solo corpi da fare suoi, corpi vuoti, freddi. Li cercava ugualmente perché altrimenti sarebbe impazzito, ma adesso il suo corpo, il suo cuore, erano vuoti, come quei corpi, era sporco, macchiato e ferito. Era disgustato di se stesso.

Un fiocco di neve, il primo, gli si posò leggero sul naso, ridestandolo dai suoi pensieri. Piccolo, freddo, delicato e raro. Alzò il viso verso il cielo, tanti soffici fiocchi bianchissimi, come petali di fiori, cadevano lenti e serafici. Gli bagnarono il viso, lo accarezzarono e si sciolsero subito dopo sulla sua pelle liscia e arrossata per il freddo. In quell’istante tutta Tokyo, insieme con lui si fermò per qualche attimo ad ammirare quella rara meraviglia della natura, dimenticando il dolore e la tristezza che opprime ogni persona.

Allora la sua mente fu travolta e sommersa dei dolci ricordi dell’infanzia, le lotte nella neve con Akira, l’enorme pupazzo di neve che insieme costruirono e tante altre vicende del periodo che lui riteneva il più bello della sua vita, la giovinezza passata con Akira, quando erano solo amici, grandi amici, come fratelli, non conoscevano ancora il mondo, erano solo due ingenui ed innocenti bambini. Niente amore, lavoro e tutti quei problemi che gli adulti si portano dietro come una croce, che li distruggono e che li rendono le ombre di se stessi … quello che era diventato anche lui un adulto che ha fatica si poteva considerare un essere umano.

*** ***

Una frase continuava a rimbombargli nella testa: io non ti odio e non ti disprezzo, non posso farlo … qualunque cosa tu faccia! La dolcezza di quelle parole gli ricolmava il cuore ma non sapeva se Akira le avesse realmente pronunciate oppure fossero solo un parto della sua fantasia, dei suoi sogni. Alla fine arrivò alla triste conclusione che era molto più credibile che fossero solo parte dei suoi sogni e non certo parole uscite dalla bocca di Akira.

Vagò per tutto il giorno senza meta per le strade della città, senza capire come, si ritrovò ai piedi della torre che troneggiava sulla città. Decise di salire, era da tanto che non lo faceva … … ormai erano poche le cose che faceva, la sua vita era lavoro, lavoro e ogni tanto passava la serata in quegli squallidissimi locali … certo poi c'erano le liti quotidiane con il padre e il continuo tentativo di allontanarsi da Akira, dimenticarlo, diventare una persona autonoma senza dover dipendere sempre da lui.

*** ***

Aprì lentamente gli occhi, il sole era già alto nel cielo, evidentemente la sera precedente si era addormentato sulla poltrona. Si alzò, stiracchiandosi e sbadigliando poi si diresse verso la camera di Enjoji che trovò deserta.

“ se n’è andato … è uscito e io non mi sono nemmeno accorto … che stupido che sono … non c’è da stupirsi, quando vuole sa essere molto silenzioso, farebbe invidia a un felino. Speriamo stia bene … e che non si cacci nei guai … in questo periodo e strano.”

Prese poi il telefono e compose il numero.

«Pronto»

«Shinji? Sono Togashi!»

«Capo … Cosa desidera?»

«Dovresti farmi un lavoro molto delicato … e voglio che sia fatto alla perfezione!»

«Di cosa si tratta?»

«Devi pedinare Inawa, voglio sapere cosa fa con chi s’incontra e perché.»

«Ma è un appartenente all’associazione?!»

«Non ti ho scelto per questo lavoro per fare domande! Voglio un lavoro perfetto e soprattutto nessuno lo deve sapere. Comincerai a pedinarlo adesso e stasera voglio un rapporto dettagliato sui suoi spostamenti. … … ricordati, voglio la massima segretezza … … mi sono rivolto a te perché conosco la tua bravura in queste cose vedi di non deludermi.»

«Certo, sarà fatto. Stasera troverà nella casella di posta elettronica il mio rapporto»

*** ***

Era in cima alla torre, il vento freddo gli sfiorava il volto e la neve cadeva leggere posandosi, per qualche secondo, delicatamente sul suo lungo cappotto nero, prima di sparire definitivamente, testimoniando la caducità delle cose. Sotto di lui la città, splendida e attraente come un essere vivente, in continuo movimento, mutamento, evoluzione.

Quanto sono stupidi gli uomini, si affannano per vivere una vita che non potrà essere mai loro, un esistenza fatta di dolore e sofferenza, eppure continuano a vivere … soffrendo e sperando in cose vane e irrisorie. Si ostinano a vivere … alcuni lo chiamano istinto di sopravvivenza, altri codardia, paura di mettere fine al dolore … perché vivere? Perché continuare a soffrire? Per chi continuare ad esistere?

*** ***

Era orami sera quando Enjoji decise di tornare nel suo appartamento sperando di trovarlo deserto o forse desiderava l'esatto opposto, forse voleva trovarlo seduto sulla poltrona ad aspettarlo, pronto a rassicurarlo e dirgli che tutto questo era solo un orribile incubo. Però non avrebbe mai ammesso a se stesso di aver bisogno del suo compagno di una vita, di Akira, perché avrebbe voluto dire ammettere la sua debolezza e riaprire una ferita troppo dolorosa, avrebbe voluto dire negare tutto ciò che era diventato in quegli ultimi anni, vanificare i suoi sforzi per allontanarsi dalla persona che amava ma che non sarebbe mai potuta essere altro che un grande amico.

Titubante aprì la porta del suo appartamento. Le luci erano accese. Senza fare alcun rumore entrò, raggiunse l'ampio e lussuoso salotto da cui provenivano delle voci, probabilmente prodotte dalla televisione. Era lì! Davanti a lui seduto sul suo divano, bello forse più del sole, che lo fissava con sguardo severo. Era rimasto impassibile quando era entrato, non un cenno, non una parola … perché parlare? Bastavano i suoi occhi a far capire ogni cosa … il suo disappunto, la sua delusione, il suo rammarico, la sua condanna.

Lo conosceva quello sguardo e ne era impaurito, l'ho aveva già viso quella volta nel vicolo, tanti anni fa (ne ho già parlato prima … quando si incavola da morire con lui perché era stato imprudente e per poco non si faceva ammazzare NdK).

Akira, alzatosi, si fermò solo a un passo da lui e rimase immobile senza dire nemmeno una parola, lui lo avrebbe preferito, meglio delle parole d’odio che quel silenzio e quello sguardo che gli penetrava dentro fino all’anima.

Era imponente, non solo per la sua statura, dopotutto non era molto più alto di lui, ma tutto in lui suggeriva potenza, decisione, autorità.

Enjoji chiuse gli occhi lentamente, rassegnato, rimanendo immobile e aspettando uno schiaffo.

Non arrivò.

Dopo qualche istante aprì gli occhi incredulo e ancora più spaventato di prima. A tal punto arrivava la rabbia e l'amarezza di Akira? Gli impedivano perfino di schiaffeggiarlo? Lo disprezzava a tal punto?

Dopo alcuni istanti che sembravano secoli, Akira cominciò a parlare, anteponendo alle sue parole un profondo sospiro.

« ho preparato la cena! Fra poco è pronto in tavola! » e detto questo si diresse in cucina.

«Non ho fame! Io vado a dormire!»

La porta della camera sbatté alle sue spalle. Si lasciò cadere sul letto. A dir la verità avevo fame ma pensare di dover sostenere ancora quello sguardo lo intimoriva. Sembrava che quegli occhi chiarissimi lo penetrassero, scorgendo nel suo essere tutto ciò che lui negava perfino a se stesso e gli ricordavano quello che era, quello che era diventato e soprattutto tutto il dolore che aveva provato e provava ancora. Era il suo migliore amico, la persona a cui avrebbe dato tutto, anche la vita, era parte di lui, era la sua fonte di vita, il suo ossigeno, ma ora non poteva più stargli vicino, doveva fuggire, allontanarsi da lui o il dolore lo avrebbe sopraffatto. Ma ugualmente sentiva che, senza vederlo, sentirlo parlare, vederlo sorridere … sorridergli, o anche solo ascoltare il suo respiro, sarebbe caduto in un baratro buio, lontano, privo della sua energia vitale.

Gli occhi lentamente cominciarono a chiudersi sotto il peso della frustrazione. La realtà degli eventi si spense per lasciar spazio all’irrazionalità dei sogni. Un sonno agitato costellato da incubi in cui non poteva mancare la figura di Akira.

Aveva appena finito di mangiare ciò che aveva preparato ed aveva acceso il portatile in attesa delle notizie che aveva richiesto al suo collaboratore quando le emozioni di quella lunga giornata cominciarono ad affiorare inquietandolo. Era arrabbiato e questo certo non lo poteva negare, era arrabbiato con Enjoji per come si era comportato, per essere scappato e per averlo mollato lì come un cretino senza dargli alcuna spiegazione ma era anche tremendamente preoccupato, lo conosceva abbastanza bene per capire il suo comportamento e per sapere di non dover sottovalutare ciò che stava accadendo, sapeva forse fin troppo bene come si sentiva.

Sullo schermo vide che il messaggio che stava aspettando era arrivato, ma non conteneva ciò che si aspettava. L’e-mail, infatti, conteneva solo un breve messaggio scrittogli dal suo collaboratore che lo informava di star ancora pedinando il suo uomo e che ugualmente era meglio se s’incontravano personalmente per lo scambio d’informazioni. L’appuntamento era fissato per la mattina seguente.

*** ***

La mattina arrivò implacabile a ricordare agli uomini il loro destino. Un delicato profumo di caffè gli solleticò le narici riportandolo lentamente alla realtà. Si era addormentato solo due ore prima sul divano del salotto, dopo aver passato la notte davanti al computer per risolvere problemi di lavoro che aveva trascurato, distratto dalla vicenda di Enoji.

Akira lentamente si alzò e raggiunse la cucina, attirato dall’odore del caffè. Si sedette su uno sgabello e rimase a fissare il padrone di casa che poco dopo gli pose davanti una tazzina fumante, la accettò volentieri senza, però, distogliere lo sguardo da quel ragazzo spaurito che voleva dimostrare al mondo e soprattutto a lui di essere forte, di non aver bisogno di niente e di nessuno.

Enjoji non disse nulla, bevve il suo caffè e mangiò qualche biscotto e poi si alzò per andare in camera quando fu fermato dalla voce estremamente dolce, quasi paterna, di Akira che disse:

« io adesso devo uscire per faccende di lavoro, torno presto. Tu cosa hai intenzione di fare?»

« non devi preoccuparti per me … puoi anche non tornare … » disse queste ultime parole con un filo di voce, erano quasi in udibili, ma ugualmente giunsero a Akira come un grido insopportabile. Mantenne il controllo e con espressione ancora più dolce, sforzandosi di sorridere, chiese ancora:

« hai intenzione di rimanere a casa?»

« non lo so … probabilmente dovrò incontrare Kato »

Kato era il collaboratore di Enjoji all’organizzazione, faceva per lui i lavori più delicati ed era l’uomo a lui più vicino, dopo Akira, era il suo braccio destro e uno dagli uomini più fedeli ed affidabili dell’organizzazione, proprio questo aveva spinto il capo ad affidargli il figlio, sperando così di poter domare quello spirito ribelle attraverso la calma e la serietà di Kato che era nell’organizzazione da molti anni e aveva acquisito molta esperienza.

 

Capitolo IV

Akira raggiunse il luogo dell’incontro, un piccolo bar nel centro di Tokyo dove era solito incontrarsi con i suoi uomini per ricevere informazioni. Shinji era già seduto al tavolo riservato a nome di Akira Togashi. Si sedette anch’egli al tavolo di fronte all’uomo che senza molti cerimoniali cominciò a fargli il resoconto della giornata di Inawa. Nulla di rilevante, almeno per la prima parte fino a quando Shinji non gli mostrò una starna foto che raffigurava l’appartenente all’organizzazione Koshino con altri due uomini, alti, eleganti e pericolosi. Uno di essi in volto aveva una vistosa cicatrice. Akira prese in mano la foto e la osservò a lungo poi disse:

« questo è l’esponente di spicco della ksf, i nostri nemici e avversari nella conquista della supremazia a Tokyo!»

« si! Sembra proprio che Inawa sia un traditore »

« … »

L’uomo gli mostrò altre foto e altro materiale che dava sempre più peso all’agghiacciante ipotesi del doppio gioco.

Le sorprese però non erano ancora finite.

« … la sera è andato al blue moon, un locale gay, ed a passato la serata lì fino alle due, quando ubriaco è tornato a casa con un ragazzo … quest’ultimo era piuttosto malconcio … aveva il volto pieno di lividi così incuriosito ho chiesto un po’ in giro a quelli che lavorano nel locale, dicono sia un cliente fisso, che ogni sera passa la notte con un accompagnatore diverso, ma anche se paga bene nessuno vuole più stare con lui perché sembra sia molto violento con i ragazzi … beh è una cosa inutile però ho pensato che forse voleva saperlo …»

« hai fatto un ottimo lavoro, mi sei stato di grande aiuto ma adesso devo andare.»

Si alzò, prese tutte le foto e il dossier su Inawa e uscì da velocemente dal locale. Aveva una strana sensazione, era preoccupato. Adesso capiva come aveva fatto a scattare quelle foto ad Enjoji, probabilmente lo aveva visto casualmente durante una notte al Blue moon e ne aveva approfittato per ricattarlo. Decise di parlarne con Enjoji ma quando raggiunse l’appartamento lo trovò deserto e si ricordò delle parole dell’amico riguardo a un probabile incontro con Kato.

Riprese la macchina e si diresse all’organizzazione dove trovò Kato che, però, era da solo.

Cominciò a preoccuparsi, una voce dentro di lui gli gridava che il suo amico, la cosa più importante per lui, in quel momento era in pericolo. Chiese impaziente se aveva visto Enjoji e se sapeva dove fosse in quel momento.

« si! E’ venuto qui all’organizzazione per chiedermi qualche informazione su come procedeva il lavoro, poi mentre stavamo parlando lo ha chiamato Inawa dicendo che voleva vederlo così lui ha preso e se n’è andato, la cosa mi ha insospettito, non mi è mai piaciuto quell’uomo, così gli ho chiesto dove stesse andando e perché. Lui mi ha risposto che doveva risolvere una cosa con Inawa e che lo avrebbe raggiunto nel suo ufficio nella parte est della città. poi è sparito.»

Il suo cuore cominciò a battere veloce fino a fargli male, uscì e correndo raggiunse la macchina, il vago presentimento che prima lo aveva sfiorato leggermente, in quell’istante gli attanagliava il cuore. Adesso sapeva cosa tentava di dirgli quella voce dentro di lui, il suo cuore aveva paura, lui aveva paura di non essere in grado di aiutare Enjoji, di proteggerlo. Corse, il mondo attorno a lui non esisteva più, la sua mente, i suoi occhi, il suo cuore vedevano solo Enjoji in pericolo e questo lo faceva tremare, faceva quasi fatica respirare. Raggiunse la macchina e accese il motore.

Si fermò un istante per calmare il suo cuore impazzito e per recuperare un briciolo di razionalità poi partì in direzione della zona est della città, facendo numerose congetture su ciò che un uomo simile avrebbe potuto volere da lui.

*** ***

Enjoji si sedette sulla poltrona davanti all’enorme scrivania di Inawa. Era un ufficio molto ampio ed elegante, arredato con mobili molto costosi e decorata con oggetti di valore, tra questi c’era era una splendida statua del rinascimento italiano, raffigurante un ragazzo dalle fattezze sinuose e perfette, che attirò subito l’attenzione di Enjoji.

« è bella vero? Quella statua mi è costata molto, ma n’è valsa la pena, non credi che quel ragazzo abbia un fascino particolare?»

« non sono venuto qui per discutere su un pezzo di marmo! … vediamo di fare in fretta, dimmi cosa vuoi da me, non mi hai chiamato per questo?!»

«Come sei impaziente, non sopporto i giovani d’oggi, non sanno prendere la vita con calma, sono troppo impulsivi … calmati e bevi qualcosa. Non ti preoccupare che avrò ciò che voglio»

Gli porse un bicchiere, e con un sorriso tutt’alto che rassicurante si sedette dietro la scrivania. Enjoji bevve senza opporsi, voleva andarsene, quella farsa era durata anche troppo.

La vista cominciò ad annebbiarsi, la stanza cominciò a girare, una strana sensazione di leggerezza lo avvolse. Cercò di alzarsi ma dovette desistere dal suo proposito ricadendo, pesantemente, sulla poltrona, gli girava troppo la testa. Una figura si avvicinò a lui, Inawa.

« non ti preoccupare fra poco la testa non ti girerà più, per quello che ho in servo per te devi essere cosciente!»

Una risata inquietante squarciò l’aria facendo venire i brividi lungo la spina dorsale da Enjoji che cominciava a preoccuparsi seriamente per quello che stava accadendo, voleva andarsene ma non aveva forze, si sentiva stanco, spossato.

Il suo aguzzino aveva ragione, la testa aveva cessato di girare ma si sentiva dannatamente intorpidito.

«Cosa mi hai dato brutto bastardo?»

« sai durante la guerra i samurai erano soliti utilizzare una droga per torturare i prigionieri e costringerli a parlare. Questa droga ha la caratteristica di indebolire e intontire chi la assume ma la cosa ancora più bella è che stimola tutti i centri nervosi aumentando la ricezione di tutti gli stimoli, così il dolore viene amplificato … bello vero? Sai è molto rara, ma per te, mi sono dato molto da fare per trovarla. Dovresti esserne lusingato … e non fare quella faccia da cane rabbioso o il tuo bel visino perde la sua bellezza, vedrai che quello che voglio farti ti piacerà.»

«Fottiti!»

« è qui che ti sbagli. Ahhaa …»

Il semaforo diventò rosso, fermò la macchina. Un lampo gli squarciò la mente. Il giorno prima non aveva fatto particolare attenzione alle ultime parole di Shinji ma adesso gli tornavano in mente come una nenia nefasta. In quel momento capì quale destino attendeva il suo amico e il suo cuore perse qualche battito, quel maiale non doveva neppure avvicinarsi al suo dolce angelo, lui non glielo avrebbe permesso. Si accese la luce verde e la macchina sgommò, sfrecciando verso la sua destinazione, con una nuova angoscia che opprimeva il cuore dell’automobilista.

Gli si avvicinò e lo prese per il maglione nero costringendolo ad alzarsi dalla poltrona, lo spinse fino alla scrivania dove sussurrandogli nell’orecchio terminò la frase che aveva cominciato:

« ti sbagli non sarò io ad essere fottuto »

Mentre stava ancora pronunciando queste parole con una mano aveva raggiunto la cerniera dei Jeans della sua vittima e cominciò lentamente ad aprirla.

Enjoji era spaventato anche se cercava di non dimostrarlo, quella situazione lo stava facendo impazzire, non essere in grado di reagire e di difendersi, o almeno provarci, lo stava inquietando. Poi raccolte le forze diede aria alla domanda che gli aleggiava nella mente, una semplice parola ma che conteneva in sé milioni di cose, milioni di domande, perché?

L’uomo più anziano interruppe momentaneamente il suo lavoro con la cerniera, stupito per la domanda, poi con uno strano ghigno che gli arcuava le labbra acconsentì rispondergli.

« perché?! … io ti odio, come odiavo tuo fratello, … … due ragazzini che non hanno fatto mai niente nella vita, hanno il diritto di diventare i nuovi capi dell’associazioni ed io che ad essa ho dato tutta la mia vita, ho lavorato per anni sacrificando anche me stesso, non posso nemmeno sognare di diventare il successore di tuo padre … e tutto perché ci siete voi due … ragazzini viziati … ops dimenticavo che ora sei rimasto solo tu, il tuo caro fratello è passato a miglior vita!

… …

Sai prima non sapevo come potermi vendicare di te umiliarti e farti diventare mio schiavo fino a che una magnifica sera ti ho visto al Blue Moon … e ho avuto questa splendida idea … poi diciamo la verità hai anche un bel culetto che deve essere una favola da fottere … così oltre che ha vendicarmi di te e di tuo padre potrò anche godere un po’ senza nemmeno pagare quelle stupide puttanelle travestite!

… …

… …

Perché fai quella faccia? Vedrai che ti piacerà anche a te, poi sei solo una puttana … dovresti essere abituato a prendertelo nel culo! … adesso però mi sto stancando di parlare …»

Gli prese un braccio e lo fece voltare, spingendolo contro la scrivania. Enjoji si trovò con il torace appoggiato sul piano della scrivania e le braccia distese sopra il capo anch'esse sulla scrivania e la testa voltata da una parte con la guancia a contatto con il freddo vetro che ricopriva lo scrittoio.

Inawa si tolse la cravatta e con questa gli legò i polsi sopra il capo.

Il suo aguzzino gli abbassò i jeans e i boxer fino alle ginocchia lasciando la sua pelle nuda.

Orami aveva superato ogni sua difese, non c'erano più nemmeno quel sottile strato di tessuto a dividerlo e proteggerlo dalle mire di Inawa. Sentì due mani fredde sfiorargli i fianchi e raggiungere i suoi glutei che allargarono appena poi, un dolore insopportabile, la carne sembrava lacerarsi sotto quella violenta e unica spinta per penetrare in lui. Il dolore era insopportabile e se il suo orgoglio non glielo avesse impedito avrebbe gridato, ma non voleva dargli la soddisfazione di vederlo soffrire.

Il dolore certo non diminuì quando cominciò a muoversi in lui con spinte veloci e profonde ma Enjoji orami era rassegnato sentiva solo quel dolore insopportabile e nient'altro, il mondo attorno a lui era sparito, la sua mente era vuota, deserta a accezione del ricordo di una persona:

« Akira »

Era quasi un sussurro, una preghiera, un modo per scacciare quelle tremende sensazioni che gli invadevano il corpo ormai tremante per il dolore.

Fermò la macchina sotto lo stabile dove era collocato l’ufficio di Inawa . Spense il motore e scese lentamente dalla macchina e con passo deciso entrò dal portone. La rabbia, la preoccupazione e angoscia si erano concentrate esclusivamente nei suoi occhi, nel suo sguardo. Il suo cuore batteva regolare, il suo respiro non tradiva la minima emozione, le sue mani non tremavano, ma il suo sguardo era freddo, truce, tagliente e molto pericoloso. Inawa era riuscito a risvegliare in lui la parte più spietata. Era cosciente delle sue azioni, la rabbia e la paura che erano ugualmente molto presenti in lui non gli offuscavano la mente, anzi lo aiutavano ad agire con estrema freddezza e razionalità e soprattutto con estrema crudeltà.

Il portiere, posto a controllo dell’entrata, non c’era, un ostacolo in meno. Raggiunse la porta dell’ufficio, a guardia, in fondo al corridoio, c’era un uomo armato che appena vide Akira gli si avvicinò chiedendogli il motivo della sua visita. Era un ragazzo, molto probabilmente non era molto esperto, meglio, non gli avrebbe creato molti problemi.

« posso darti un consiglio? Vattene e non disturbarmi con stupide domande!»

La voce era fredda, bassa e ferma, non sembrava nemmeno umana. Il ragazzo si spaventò, la paura gli correva sulla schiena causando profondi brividi, ugualmente si fece coraggio e con voce tremante, che tradiva la sua inquietudine, disse:

« no! Gli ripeto la domanda: perché è qui?»

Come risposta ottenne un pugno in pieno stomaco che lo fece accasciare sul pavimento quasi senza fiato e per poco non perse i sensi.

Akira si allontanò da quel fagotto umano raggiungendo la porta dell’ufficio, costatando che, come si aspettava, era chiusa a chiave.

Le testa aveva ricominciato a girargli, il dolore era insopportabile e lui avrebbe voluto morire, addormentarsi e non risvegliarsi mai più, non sentire quel corpo che si spingeva dentro di lui causando delle fitte insostenibili, non udire quei gemiti rochi e disarticolati prodotti ogni volta che penetravi di più in lui, non avvertire quel grido disumano quando venne in lui, il liquido caldo che si diffondeva in lui come un siero di morte, avrebbe voluto solo vedere il buoi, il nulla attorno a lui, e soprattutto avrebbe voluto non vedere più se stesso.

Sentì quel corpo estraneo uscire da lui e delle parole che si persero nella stanza perché lui non voleva ascoltarle, non gli interessava sapere quale altro insulto o quale altro scherno il suo aguzzino avesse in servo per lui, non gli interessava più nulla.

Con un violento calcio spalancò la porta. La scena che gli si presentò davanti agli occhi era agghiacciante, era arrivato troppo tardi. Inawa era ancora vicino al suo piccolo angelo che era … era … in una posizione inequivocabile, le sue congetture più pessimistiche si erano rivelate esatte … lo aveva violentato e lui non era riuscito a impedirglielo. due occhi spauriti lo guardavano. Erano colmi di emozioni che per lui erano facilmente decodificabili, al contrario dei suoi, freddi, vuoti quasi non fossero nemmeno quelli di un uomo ma di una belva feroce . Poi quegl’occhi scuri e profondi si chiusero lentamente per riaprirsi subito dopo quando una voce dura e bassa squarciò l’aria.

« Allontanati immediatamente da lui!»

« sei geloso, avresti voluto farglielo tu? …»

Ma si interruppe vedendo quello sguardo feroce che lo trapassava, mentre si avvicinava lentamente. Akira si fermò a qualche passo da lui, lo guardò per qualche istante, freddo e impassibile. Gli si scagliò contro. Un pugno in pieno volto lo fece cadere a terra confuso e disorientato.

Lo prese per la camicia e lo obbligò ad alzarsi, un altro pugno raggiunse Inawa al volto e subito dopo nello stomaco.

Era steso a terra con il volto ricoperto da lividi e sangue, il corpo tremante e il respiro affannato, ma con un ghigno di sfida sul volto, sembrava quasi divertirsi a ricevere e incassare pugno, aveva paura certo, Akira poteva anche ucciderlo e forse era quello che desiderava dopo ciò che aveva fatto all’amico, ma ugualmente questa situazione lo eccitava, essere riuscito a vendicarsi di Enjoji e contemporaneamente a ferire a tal punto Akira lo riempiva di gioia e soddisfazione.

Si preparò a incassare l’ennesimo pugno quando Akira si fermò, richiamato da un sommesso gemito di dolore alle sua spalle.

Akira si girò, Enjoji era scivolato a terra senza forze, aveva tentato d’alzarsi per potersi rivestire in qualche modo, ma il doloro glielo aveva impedito ricadendo sul pavimento accompagnato da un gemito che aveva richiamato l’attenzione dell’amico.

Akira lo raggiunse ai piedi della scrivania e delicatamente gli slegò i polsi e lo rivestì, con delicatezza gli riabbottonò i jeans e lo aiutò ad alzarsi. Lo sorreggeva con un braccio intorno alla vita mentre con l’altra mano faceva passare il braccio dietro il collo.

Erano ormai giunti alla porta quando Inawa, spavaldamente anche se ogni centimetro del corpo gli doleva a causa dei colpi infertigli da Akira, disse:

« hai fatto un errore a venire qui e trattarmi in questo modo … così il suo caro paparino presto saprà a che razza di figlio degenere ha deciso di affidare l’organizzazione … ops magari Enjoji non ti ha raccontato delle sue notti brave in certi locali … »

« diglielo pure, poi vediamo cosa dice del fatto che gli hai violentato il figlio »

« è troppo codardo per dirlo a suo padre! »

« forse … io no però! »

« … »

Uscirono dall’ufficio lasciando Inawa in condizioni pietose, ma ancora vivo, purtroppo. Enjoji, mentre stavano percorrendo il corridoio per raggiungere l’ascensore, sarebbe certamente caduto per terra se le braccia forti dell’amico non lo avessero trattenuto.

« cos’hai?»

Chiese Akira allarmato anche se la risposta la poteva benissimo immaginare.

« mi fa tanto male»

Rispose con un sussurro, un lamento stringendosi maggiormente al compagno cercando un po’ di sostegno.

« non ti preoccupare ho la macchina qui sotto … ora ti porto a casa!».

Raggiunsero finalmente la macchina. Enjoji faceva molta fatica a camminare, a ogni passo il dolore si riacutizzava, impedendogli quasi di respirare.

Si sedette davanti, nel posto accanto al guidatore, senza dir nulla. Durante il tragitto nessuno dei due disse nulla, cosa dire in una simile situazione?

 

Capitolo V

Akira aprì la porta del suo appartamento ed entrò aiutando l’amico che però gli svenne tra le braccia per il dolore e la stanchezza. Akira, allora, lo prese in braccio e lo portò in camera da letto dove lo adagiò lentamente sul letto. Gli tolse il cappotto e le scarpe, poi si dedicò al maglione, scoprì lentamente la pelle liscia e bianchissima dell’ampio torace dell’amico. Pose il maglione sulla sedia e tornò vicino al letto per coprire il corpo dell’amico con il piumone quando si accorse della macchia rossa sui Jeans, decise così di togliergli anche i pantaloni, non sopportava di vedere la traccia così evidente dello stupro.

Gli sfilò i jeans e i boxer che erano anch’èssi sporchi di sangue, quel pervertito certo non era stato delicato con lui.

Prese gli indumenti e li gettò in lavatrice poi prese una salvietta e la imbeve con un acqua e ritornò da Enjoji. Delicatamente gli ripulì le cosce e i glutei del sangue rappreso. Il corpo di Enjoji, che nel frattempo si era ripreso, sotto quel tocco, anche se estremamente delicato, fu percorso da tremiti. Akira, allora, si affrettò a calmarlo.

Quando ebbe finito, ricoprì l’amico con il piumone e si diresse verso il bagno quando fu fermato dalla voce del compagno che sussurrando disse:

« Aki-chan ti prego rimani qui con me!»

Akira si sentì morire, da quanto tempo che non lo chiamava in quel modo, da quanto tempo non cercava più la sua vicinanza.

Gli si coricò accanto e lo abbracciò delicatamente. Enjoji si strinse nel suo abbraccio e appoggiando il volto nell’incavo del suo collo cominciò a piangere silenziosamente, copiose lacrime scendevano dai suo occhi, cadendo sulla spalla di Akira e accarezzando la sua pelle.

Lentamente le lacrime si placarono e lui si calmò, addormentandosi in quel dolce abbraccio intossicante.

La notte fu lunga e costellata di incubi ma il fatto che ogni qualvolta si svegliava impaurito e imperlato di sudore trovasse Akira lì accanto a lui che lo abbracciava, lo rassicurava e gli permetteva ogni volta di riaddormentarsi.

La mattina però si ritrovò da solo nel letto, in quel grande letto che aveva lo stesso odore di Akira. Orfano della presenza del corpo accanto a lui, tentò di mettersi a sedere sul letto. Non ci riuscì, appena sollevò il capo la testa cominciò a girargli e un tremendo mal di testa manifestò la sua presenza accompagnato da un dolore che dai lombi si irradiava per tutta la schiena.

Ricadde rassegnato sul materasso, tutto quello che era successo in quel momento lo sommerse come un'onda impetuosa.

Aveva lo sguardo fisso sul soffitto quando sentì dei passi avvicinarsi al letto, voltò la testa e vide Akira, avvicinarsi con un vassoio in mano.

« ti sei svegliato! Ti ho portato la colazione »

« grazie»

Si mise seduto con l'aiuto dell'amico che subito dopo gli porse un bicchiere d'acqua e una pastiglia dicendogli che gli avrebbe alleviato un po’ il dolore.

Non aveva molta fame ma si sforzò ugualmente di ingerire qualcosa.

Quando ebbe finito Akira portò via il vassoio e quando riapparve nella stanza aveva in mano i boxer di Enjoji. Glieli porse dicendo:« tieni, per i jeans però dovrai aspettare un po’ perché ieri sera ti ho lavato i vestiti e non sono ancora asciutti … »

« potresti prestarmi tu un paio di pantaloni?»

« si certo, ti andranno un po’ grandi però»

Aprì un cassetto e ne tirò fuori una tuta nera.

« ti va bene questa?»

«Grazie»

La appoggiò ai piedi del letto. Akira preferì uscire e lasciare da solo Enjoji mentre si cambiava. La sua scelta comunque non aveva nulla a che vedere con gli avvenimenti della sera precedente.

Tra di loro non c'era mai stata vergogna nel vedersi senza vestiti, dopo tutto erano cresciuti insieme, ma in quell’ultimo periodo il loro rapporto era cambiato e tra loro non c'era più quello inibito che aveva caratterizzato la loro giovinezza.

Dopo poco Enjoji uscì dalla camera vestito e teneva nella mano destra il cappotto. Si diresse senza dire nulla verso la porta. Sapeva che non sarebbe riuscito ad andarsene senza dare spiegazioni ad Akira, in fin dei conti avrebbe avuto ragione se gli avesse fatto delle domande o avesse insistito per farlo rimanere, ma la situazione gli stava sfuggendo di mano, non poteva più stare vicino a lui o sarebbe impazzito e certo Akira non si meritava di dover fare da balia a uno come lui, non capiva perché gli stava ancora accanto, sembrava che non gli importasse che lui fosse un … un pervertito che si divertiva a passare la notte con ragazzi che non aveva mai visto, un bambino debole che si illudeva di essere forte ed auto sufficiente e che continuava a cercare la mamma, che nel suo caso era Akira, un relitto umano che non era in grado che di soffrire e che non desiderava altro che morire ma che era troppo codardo per suicidarsi, un amico ingrato che era capace solo di allontanarlo e ferirlo quando non desiderava altro che stare fra le sua braccia, un debole che non era riuscito ad evitare che un sadico, depravato abusasse di lui, dissolvendo anche quel poco di dignità che gli era rimasta.

« dove stai andando?»

Quelle parole tradirono la sua preoccupazione il suo stupore e anche la sua rabbia, proprio non capiva perché Enjoji si ostinasse ad allontanarlo, a scappare da lui, anche se il suo tono aveva sempre un velo di dolcezza e di tenerezza. Un aspetto di Akira che era riservato esclusivamente al suo piccolo angelo, non era più tanto piccolo sia d'età che d'aspetto, ma per lui rimaneva sempre l'amico indifeso che doveva e voleva proteggere perché una creatura tanto bella e dolce non meritava di soffrire. Per tutti gli altri Akira Togashi era un uomo intoccabile, freddo e riflessivo che sapeva fare benissimo il suo lavoro, una persona tutta d'un pezzo a cui nulla avrebbe potuto far perdere la calma.

« voglio tornare a casa?»

« e vuoi andarci a piedi?»

« … …»

«Lascia almeno che ti accompagni»

« non ce n'è bisogno»

« allora ti chiamo un taxi»

« non ce n'è bisogno»

« ma se non riesci nemmeno a camminare … e comunque ormai ho deciso»

« ma io non ti ho chiesto niente»

« ormai sono anni che non mi chiedi più niente … sono anni che non mi parli …»

Le cose stavano degenerando, entrambi stavano perdendo il controllo delle loro parole, nessuno dei due voleva mettersi a litigare, non lo avevano mai fatto da quando si erano conosciuti, ma adesso non erano più in grado di tacere, di nascondere le loro paure, le loro angosce e il loro rammarico.

Dopo una breve pausa Akira riprese, era intenzionato a fare chiarezza, a capire cose gli stava succedendo perché si comportava così nei suoi confronti.

« perché cerchi in tutti i modi di allontanarti da me?»

« … … »

« avrò almeno il diritto di saperlo»

« tu non dovevi vederlo!»

« vedere cosa?»

« cosa sono diventato, cosa sono»

« …»

« non dovevi saper che sono gay, delle mie notti brave e soprattutto non dovevi venire ieri sera, dovevi lasciare che quel maiale finisse di torturarmi … tu non dovevi saperne niente … niente …»

La sua voce si trasformò in un grido disperato. Akira, allora, gli sollevò il mento con la mano costringendolo ad alzare lo sguardo che teneva inchiodato sul pavimento.

« cosa stai dicendo? Ti sembrano discordi sensati? Credi veramente che avrei potuto lasciarti lì? E poi, credi veramente che io non possa accettare la tua omosessualità? Io l'ho già accettata e non mi crea nessun problema piuttosto sei tu che non riesci a farlo … »

« … »

« non è solo questo vero? Non è solo la paura che io possa non accettare le tue tendenze sessuali, non è così? Cos'è che ancora ti spinge a scappare da me? Hai paura di me? Non mi ritieni più tuo amico? Cosa? Per favore dimmelo!»

« per me non sei più solo un semplice amico e non riesco più a sopportare questa situazione …»

« … »

« vado ad aspettare il taxi!»

E detto questo, senza dare il tempo ad Akira di controbattere, uscì dall'appartamento con passo spedito, per quanto il suo corpo glielo permettesse.

 

Capitolo VI

« ciao Enjoji come va? Non ti senti bene? Hai un aspetto pessimo!»

« … »

« tuo padre a detto che ti vuole vedere e che devi andare da lui … … cos'hai? Ho detto qualcosa che ti ha turbato?»

Kato infatti, si era accorto del repentino cambiamento di Enjoji, quando gli aveva detto che lo stava cercando suo padre. Era diventato ancora più cadaverico di prima.

« niente, niente, sarà meglio non farlo aspettare troppo, non credi?»

Mentre si dirigeva nell'ufficio del padre cominciò a fare delle congetture sul motivo dell'incontro: Enjoji era sicuro che Inawa avesse mostrato le foto al padre che voleva da lui delle spiegazioni, ma quello che lo impensieriva di più era ciò che avrebbe potuto dire Akira, magari aveva già raccontato al padre ciò che era accaduto, dopo tutto aveva minacciato anche Inawa di farlo.

Bussò ed entrò. Nella stanza c'era suo padre ed Akira ed un altro uomo che inizialmente non riconobbe. Avanzò titubante verso il padre. Notò che nella poltrona accanto ad Akira sedeva Inawa.

« ciao Enjoji, adesso che ci siamo tutti posiamo anche cominciare! - Enjoji senza proferire parola si sedette sulla sedia libara, posta lì per lui - mi sono giunte delle voci che non mi sono per niente piaciute … ho qui davanti delle foto … mi sono rammaricato molto nel vederle, esigo delle spiegazioni dettagliate a riguardo! »

porse le foto ad Inawa aspettando una risposta che si fece attendere più del dovuto.

« non capisco … »

« io sì! - proruppe Koshino - e sai cosa ne penso? che tu mi abbia tradito, abbia tradito tutti noi e queste foto lo dimostrano. Non posso permettere che un uomo tradisca la mia fiducia alleandosi con i componenti della ksf. La tua collusione con i nostri nemici è dimostrata da queste foto e scommetto che non dovremo faticare molto per trovare le prove del tuo legame con l'omicidio di mio figlio! … non posso perdonarti per questo e lo sai bene cosa succede ai traditori! »

Inawa fu portato da due uomini dell'organizzazione in una stanza appartata da cui uscì senza vita con una pallottola nel cervello. Prima di uscire dalla stanza però volle svelare la sua ultima carta, conscio del fatto che non sarebbe, ugualmente, riuscito a cambiare le sue sorti.

« io morirò, ma non voglio certo affondare da solo! Mi permetta almeno di mostrarle una cosa prima di essere portato via, scommetto che la troverà molto interessante!»

Estrasse dalla tasca della giacca tre foto e le diede a Koshino.

Inawa infatti, a conoscenza della severità e della rigidità dei costumi di Koshino, sperava in questo modo di persuadere il padre di Enjoji a non sceglierlo come suo successore perché indegno.

« portatelo via, non lo voglio vederlo un minuto di più!»

Quando la porta si chiuse, cominciò a parlare rivolgendosi al figlio con voce grave.

« cosa significano? … … … Sei … gay? È vero?»

« … … si!»

« … … … beh non posso negare di essere stupito, … … ma non posso cambiarti e sarebbe stupido da parte mia illudermi del contrario … è una tua scelta e non posso certo contestarla … ho solo bisogno di qualche tempo per abituarmi all'idea, ma non voglio che per una cosa così futile si incrinino ulteriormente i nostri già precari rapporti … …»

*** ***

Abbandonò l'ufficio del padre frastornato, in pochi giorni erano successe troppe cose. L’insolita e inaspettata tolleranza da parte del padre lo aveva disorientato.

Andò sulla terrazza del palazzo, aveva bisogno di un po’ d'aria per riordinare le idee.

Dopo pochi minuti però sentì la porta del terrazzo aprirsi e vide Akira avvicinarsi. Si appoggiò alla ringhiera alla quale anche lui si era appoggiato ad ammirare il tramonto.

«dobbiamo finire il discorso di questa mattina …»

« il discorso è terminato quando sono uscito dal tuo appartamento»

« per me no! Non è ancora finito, voglio chiarire la situazione!»

«scommetto che non potrei impedirti di farlo!»

« no!»

« … »

« … conoscevo un uomo, … … neanche lui accettava di desiderare e d’aver bisogno della compagnia di un altro uomo, la famiglia lo aveva rinnegato, lui si disprezzava, si sentiva colpevole, diverso, sbagliato. Si odiava e cercava sostegno e amore nella fredda notte dei locali. Tutto quello che trovò fu il piacere fisico. Odiava tutto quello ma non poteva evitarlo. Fino a che la sua frustrazione e il suo odio per se stesso lo dilaniarono … l'ho visto gettarsi nel vuoto, ho visto le sue lacrime e l'ho sentito chiedere perdono per quello che stava facendo e per ciò che aveva fatto. Ho visto il suo corpo senza vita … ho sentito la sua tristezza»

Era una vicenda che lo aveva segnato profondamente, si poteva capire facilmente. Stava ancora soffrendo mentre glielo raccontava. Come era possibile che non si fosse accorto di nulla quando era accaduto? Erano sempre stati vicini, come era riuscito a nascondere perfino a lui, che si riteneva il suo amico più fidato, una cosa tanto dolorosa? O forse in tutti quegl’anni lui si era stato interessato solamente ai suoi problemi ignorando, senza accorgersene, l’amico che al contrario gli era stato sempre accanto capendolo, rassicurandolo e senza mai fargli pesare nulla. Sosteneva di amare l’amico come nulla al mondo, ma come si poteva considerare amore se non era stato nemmeno in grado di capirlo in quei lunghi anni. Era stato capace, solamente, di compiangersi per i suoi problemi e solo ora capiva quanto anche l’altro aveva sofferto nella sua vita e lui non era stato capace di sostenerlo.

“egoista … sono solo uno stupido egoista! Un bambino viziato!”

« io non voglio vederti riverso su qualche marciapiede, non potrei sopportare la tua perdita … non posso vedere un'altra persona suicidarsi perché non riesce ad accettarsi, perché la società ha imposto un modo di vivere che deve essere uguale per tutti … … se non vuoi vivere per te stesso, ti prego, fallo almeno per me … non uccidere la persona che amo! Non mi far soffrire ancora! Non chiedo il tuo amore ma … »

« ti prego smettila … non andare avanti oltre! Baciamo soltanto!»

Enjoji era confuso, disorientato ma per la prima volta dopo tanti anni felice. Molte sue domande ricevettero in quell'istante la risposta, adesso sapeva per chi voleva e doveva lottare, per chi doveva vivere e soffrire. Poteva togliersi quella maschera che gli offuscava il viso, adesso avrebbe potuto amare senza restrizioni. Da quel momento avrebbe ricominciato la sua vita, non s’illudeva che adesso sarebbe stata felice la sua esistenza ma sapeva che ci sarebbe sempre stato un posto per lui, il caldo abbraccio d’Akira.