Sono seduto al tavolo di un piccolo locale dove mi
sono rifugiato in cerca di tregua dal freddo pungente di una serata
invernale e dal silenzio di una casa troppo vuota. Ho scelto il tavolo
accanto alla vetrina. Fin da piccolo ho adorato sedermi accanto alla
vetrina, ritengo abbia un fascino particolare poter osservare il mondo
esterno nel suo scorrere incessante ma essere al di fuori di questo
flusso, quasi protetto dal vetro. Tutto è vicino ma allo stesso
tempo lontano e irraggiungibile.
Infondo rappresenta quello che sono io. Il mio rapportarmi
al mondo in una continua lotta tra la disperata ricerca di distacco,
quasi fossi un semplice spettatore del film che rappresenta la mia
vita, e l’inevitabile forse quanto doloroso coinvolgimento.
Ed è forse da questo che nasce la mia totale inettitudine nelle
relazioni con gli altri testimoniata anche dal fatto che sono qui
seduto a un tavolo da solo ad osservare malinconicamente un mondo
che sento appartenermi ma di cui io non faccio parte, ingabbiato in
un’apatia e inettitudine in cui forse mi crogiolo in un doloroso
compatimento di me stesso.
Mi ritrovo così a trent’anni ad aver
perso la capacità di credere nei sogni ma non essere in grado
di non sognare e soffrire per la consapevolezza della loro irrealizzabilità
… irrealizzabilità che è da attribuire solamente
a me stesso e non ad altri fattori.
La cosa forse più buffa è che sebbene
sono consapevole dei miei difetti non sono in grado di porre rimedio
al corso che ha preso la mia vita, a volte penso che in realtà
non vi sia stata nessuna deviazione nell’andamento della mia
vita ma anzi che io sia nato per condurre questa esistenza: forse
misera, forse penosa.
Se non conoscessi i miei limiti forse vivrei meglio.
Mia nonna diceva che solo le persone ignoranti sono davvero felici
… io sono molto più pessimista di lei nel credere che
nessuno può essere felice. Visione molto triste, ne sono convinto,
ma almeno mi protegge dall’invidia … ne ho già
a sufficienza di difetti senza aggiungerci anche questo.
Il cameriere mi porta la crepe che avevo ordinato
distraendomi dai miei pensieri e di questo gliene sono insolitamente
grato poiché solo in questo modo ho potuto vedere il ragazzo
seduto al tavolo in fondo alla sala.
È solo, seduto ad un piccolo tavolo posto
accanto a uno specchio la cui superficie non è più perfettamente
lucida regalando la sensazione di antico che riporta all’atmosfera
delicata di locale di altri tempi. Le luci soffuse, mescolate alla
luce tremolante delle piccole candele appoggiate su ogni tavolo, accarezzano
delicate i clienti seduti a tavoli rendendoli quasi senza tempo, regalandoti
una sensazione così particolare da non essere in grado di descriverla,
quasi fosse irraggiungibile e incomprensibile ma che ti scivola sotto
la pelle e ti fa tremare.
La sua figura sembra nascere da questo sogno ad occhi
aperti, quasi fosse parte dell’arredamento.
Il suo viso è dolce, i lineamenti sono delicati,
il naso leggermente a patata, le labbra sottili, i capelli castano
chiaro ricadono disordinati in ciocche molto corte, qualcuna gli sfiora
delicata la fronte. Non riesco a vedere i suoi occhi poiché
ha il capo leggermente chinato per scrivere. La punta della stilografica
accarezza con movimenti veloci e in alcuni tratti anche inquieti la
superficie irregolare di un vecchio diario le cui pagine ingiallite
sanno di altri tempi.
Lo fisso incantato, quasi rapito, attraverso lo specchio,
in modo da porre un ostacolo tra noi.
Interrompe un istante di scrivere, dubbioso, fissa
il foglio mentre porta la penna alle labbra e ne mordicchia il tappo.
È bellissimo.
È irraggiungibile.
Mi domando quanto deve essere dolce sfiorare quelle
labbra e perdersi in un bacio senza fine sentendo il suo profumo che
certamente sarà delicato e avvolgente, accarezzare la sua pelle
che sembra seta tanto è liscia e chiara.
E sono questi pensieri che coglie il suo sguardo
quando alzatosi dalla lettere di un nero intenso si posa sullo specchio
incrociando il mio. È così assurdo pensarlo ma sono
convinto che quegl’occhi chiarissimi e intensi abbiano scorto
i miei pensieri, pensieri di cui certo dovrei vergognarmi.
Si volta guardandomi direttamente negl’occhi
con intensità dolorosa ma nel suo sguardo vi è solo
curiosità, infantile e dolce, ma allo stesso tempo maliziosa.
Deglutisco a fatica, il respirare mi sembra doloroso
mentre non sono in grado di distogliere lo sguardo, combattuto tra
il disagio e il desiderio di assaporare il sogno che è questo
istante.
Mi domando che dolce suono debba essere la sua voce,
che tocco delicato debba essere una sua carezza … simile al
soffio delicato di un vento primaverile.
Ma ogni sogno ha la sua fine, bella o brutta che
sia arriva sempre il momento di tornare alla realtà. E così
distoglie lo sguardo dal mio per rivolgerlo ad una ragazza che è
appena entrata. Osservo la scena, ma senza distacco.
La ragazza si ferma al suo tavolo, sorride e gli
da un bacio leggero sulla bocca.
Non comprendo perché continuo a guardare anche
quando si alza e indossa il cappotto ed esce dal locale che improvvisamente
perde tutto il suo fascino ai miei occhi.
La fine di un sogno … il ritorno alla realtà,
doloroso, come può esserlo solo il risveglio.
Mi volto verso la vetrina e lo vedo allontanarsi
tenendo la mano di quella ragazza. Poi interrompe il suo passo elegante
e sinuoso, si volta, mi guarda e mi regala un sorriso.
Solo qualche secondo e ricomincia a camminare.
Presto si scorderà di me ma io non potrò
mai dimenticare il suo sorriso, regalo prezioso che conservo nel mio
cuore e che mi rammenterà questo dolce sogno.
- fine -