Capitolo I
Era da tanto che non ci metteva piede … la
sua città … gli era mancata! Il traffico, il rumore,
le persone, tutto! … ogni singolo particolare. Due anni erano
passati da quando Nicolaj aveva percorso quella stessa strada col
taxi in direzione opposta … due lunghi anni … e in quel
momento si ritrovava ancora lì, seduto sul sedile del taxi
che lo stava riportando a casa. Era cambiata la città ed
era cambiato lui, ma ugualmente si sentiva a casa.
Il taxi si fermò davanti al palazzo dove
abitava e appena scese non poté fare a meno di rimanere immobile
qualche istante mentre i sentimenti si contorcevano in una morsa
soffocante … era a casa e forse solo in quel momento si rese
realmente conto di cosa significasse. Due anni fa era scappato in
America con la scusa di perfezionare la lingua e ora era tornato
e doveva affrontare quello che aveva cercato di dimenticare.
Il panico si insinuò nel suo cuore offuscandone
la felicità … avrebbe voluto ritornare nella piccola
fattoria che lo aveva ospitato per due anni, allontanarsi ancora,
perché non era più sicuro di volerlo affrontare. Aveva
passato questi due anni a convincersi che ormai per lui provava
solo indifferenza … il suo miglior amico, il ragazzo che lo
aveva ridotto l’ombra di se stesso con il semplice silenzio.
Indifferenza …ma il battere quasi doloroso
del suo cuore lo faceva dubitare …… indifferenza, quello
che avrebbe voluto provare forse … forse provava solo una
grande rabbia e forse il dolore non era ancora esaurito.
Era troppo stanco. Dopo il lungo viaggio aveva
la forza a malapena di prendere la valigia e tornare a casa, dove
non lo aspettava nessuno perché suo padre era in viaggio
e sua madre … beh non sapeva … dopo il divorzio era
tornata dalla nonna ma non sapeva nient’altro … lei
si rifiutava di parlargli, forse era ancora arrabbiata con lui perché
se ne era andato ma, a essere sinceri, anche prima non amava parlargli
molto. Non aveva capito che un motivo per cui era partito erano
anche le loro continue liti. Lo riteneva una vergogna per la famiglia
eppure quando se ne era andato si era sentita tradita … forse
perché in quel modo non aveva più nessuno su cui sfogare
la rabbia, la frustrazione, l’insofferenza verso suo marito
e verso se stessa.
Face i due piani di scale a piedi, ma quando stava
cercando di infilare le chiavi nella serratura un tremito lo percorse,
i suoi occhi non poterono che correre veloci alla porta accanto,
l’appartamento di Manuele. Non seppe cosa lo trattenne dal
suonare il campanello.
Suonare per quale motivo? Forse solo per rivederlo,
forse per buttarsi tra le sue braccia, dimenticando come ha calpestato
la loro amicizia, o forse solo per picchiarlo.
Forse l’unica cosa che lo trattenne fu la
paura di vedere ancora nei suoi occhi l’indifferenza e il
disprezzo o forse fu solo il briciolo d’amor proprio che gli
era rimasto ad impedirgli di fare una simile follia.
Se ripensava a quello che gli aveva fatto, non
poteva evitare di darsi dell’idiota per provare per lui ancora
un qualsiasi sentimento, anche d’odio.
Era ancora ben impresso nel suo animo come cambiò
il comportamento di Manuele quando vide quello strano ragazzo presentarsi
alla porta e dichiarare tutto il suo amore a Nicolaj. Manuele aveva
scoperto, forse nel modo più scioccante, ciò che non
aveva mai trovato il coraggio di dirgli. Gli piacevano i ragazzi,
lui stesso accettava a fatica l’idea, ma quando vide il disprezzo
negli atteggiamenti dell’amico non ce la fece più e
partì … lontano da Manuele, dalla sua famiglia e dai
vecchi amici che cominciarono a evitarlo non appena seppero le sue
tendenze sessuali. Ancora, a distanza di due anni, Nicolaj si domandava
chi glielo avesse detto, un’ idea ce l’aveva, ma si
rifiutava ancora di credere che potesse essere stato così
crudele nei suoi confronti, dopotutto non aveva mai detto nulla
a riguardo nemmeno a lui, l’aveva semplicemente ignorato.
Erano come fratelli … si volevano molto bene
e per questo pensava che non fosse così stupido e insensibile
da non accettare la sua diversità, o meglio aveva tremendamente
bisogno che almeno lui capisse e gli desse una mano ad accettarsi
e a comprendersi. Non lo fece, lasciò che la stupidità
e la stoltezza distruggesse il legame che li univa fin da quando
eravamo piccoli. L’animo di Nicolaj si ruppe in mille piccolissimi
frammenti di cristallo, sotto la pressione di quell’indifferenza.
Chiuse la porta alle sue spalle ancora un po’
scosso dai suo pensieri. Pose le valige e diede una veloce occhiata
alla casa. Non era cambiato nulla da quando era partito, ma in quel
momento la casa gli sembrava enorme, forse troppo grande. Il silenzio
che regnava, lo turbava. In cuor suo aveva sperato fino all’ultimo
istante di trovare qualcuno ad aspettarlo. Il suo cervello inutilmente
aveva continuato a dirgli di non illudersi, di non soffrire perché
se lo sarebbe dovuto aspettare.
L’unica cosa che trovò fu un bigliettino
sul tavolo della cucina, scritto da suo padre, che lo avvertiva
che sarebbe stato via una settimana o forse di più e altre
cose assolutamente inutili. Solo alla fine, dopo la firma, c’era
scritto frettolosamente un bentornato che quasi era illeggibile.
Prese il biglietto e lo buttò e si diresse
in bagno per riempire la vasca.
Cominciò a spogliarsi lentamente gettando
distrattamente gli indumenti sul letto. Quando però la felpa
che indossava, invece che finire sul letto, cadde sul pavimento,
la raccolse e dopo un momento d’esitazione la mise sul letto.
« Che idiota che sono, la tengo ancora! »
Disse scuotendo tristemente la testa, riferendosi
a quella felpa che gli aveva regalato Manuele e che aveva cercato
tante volte di buttare, ma non lo aveva mai fatto con la scusa che
la felpa gli piaceva e che sarebbe stato uno spreco buttarla, in
realtà non aveva mai avuto il coraggio di farlo.
Rimase immerso nell’acqua tiepida per moltissimo
tempo cercando di non pensare, ma i pensieri gli affollavano la
mente inesorabili. Finì così a pensare al fatto che
ormai quella non era più la sua casa, il luogo dove aveva
vissuto ed era cresciuto per ventitre anni, ormai non esisteva più.
Non sapeva nemmeno lui perché era tornato. Forse per restare.
Ma ormai non aveva più nulla che lo trattenesse in quel luogo.
Forse era tornato solo per trovare la conferma ai sui pensieri e
avere così la forza per tornare in America e finalmente cominciare
una nuova vita. Lo sapeva benissimo cosa avrebbe trovato al suo
ritorno, se lo aspettava, si era convinto di desiderare di non trovare
nulla. Ma allora perché stava così male? Perché
quella situazione lo turbava così tanto?
Uscì dal bagno e andò verso il frigorifero
per trovare qualcosa da mangiare, ma quando lo aprì trovò
solamente una bottiglia d’acqua quasi vuota. La dispensa non
era in condizioni migliori. Ormai rassegnato chiuse il frigorifero
e decise di andare a dormire senza mangiare. Aveva ormai raggiunto
il letto quando suonò il campanello della porta. Inizialmente
non voleva andare ma poi si decise.
Aprì distrattamente la porta quasi senza
nemmeno guardare il ragazzo in piedi davanti a lui. Lo riconobbe
solo quando alzò lo sguardo per chiedere cosa volesse. Le
parole gli morirono in gola. Il suo corpo rimase immobile. Perché
Manuele era lì?
Solamente la voce dell’altro ragazzo lo riscosse
da quello strano torpore fatto di ricordi, domande, dubbi, paura
e rabbia in cui era caduto appena l’aveva riconosciuto.
« Ciao … »
La sua voce non era cambiata, bassa e profonda.
Il suo sorriso non era cambiato. Lui non era cambiato e questo fece
ancora più male agl’occhi di Nicolaj
« Tuo padre mi ha detto che saresti tornato
oggi … »
Il resto del discorso Nicolaj non lo sentì
nemmeno, rimase immobile e in silenzio a osservare ogni suo più
piccolo movimento, la sua espressione, a sentire il suono della
sua voce, ad assaporare il suo profumo.
« Senti ti andrebbe di uscire stasera così
parliamo un po’? »
« … … … … Scusa ma
devo uscire con un amico! »
Nicolaj si stupì di aver detto quella frase.
Ovviamente non c’era nessun amico con cui uscire, ma ingannandolo
ingannava anche in parte se stesso.
Manuele a quella frase si rabbuiò e un po’
a disagio disse:
« Potremmo fare un’altra volta! Cosa
ne dici? »
« Vedremo … scusa ma adesso devo proprio
andare »
E detto ciò chiuse la porta e tornò
nella sua camera ancora più confuso e disperato di prima.
Non si era certo illuso che l’amico lo accogliesse
a braccia aperte, ma non si era nemmeno aspettato un tono così
distaccato. E vedere gli occhi azzurri e profondi di Nicolaj così
spenti gli fece male.
Quando uscì per andare a bere qualcosa con
i suoi amici, si fermò qualche istante davanti alla porta
di Nicolaj indeciso se insistere, ma poi arrivò alla conclusione
che avrebbe dovuto dargli un po’ di tempo e darlo anche a
se stesso. Averlo rivisto lo aveva turbato profondamente. Aveva
aspettato il suo ritorno per due anni e quando lo aveva rivisto
si era reso conto che il suo comportamento aveva segnato molto l’amico.
Superare la sua rabbia e il suo rancore sarebbe stato difficile
ma non voleva che le cose tra loro rimanessero così.
Nicolaj nel frattempo, coricato nel letto, non
riusciva a prendere sonno. L’immagine di Manuele non voleva
abbandonare la sua mente. Il suo sorriso … dio se era bello
… si ricordava fosse caldo e avvolgente ma non così
tanto. Una domanda continuava ad assillarlo togliendogli il sonno.
Perché si comportava in quel modo? Due anni fa non gli parlava
più nemmeno e poi si ripresenta da lui con quel sorriso come
se niente fosse. Come se la loro amicizia esistesse ancora. Tutto
questo lo confondeva. Una parte di lui voleva credere che tutto
fosse tornato come prima, ma il suo cuore ferito gridava a gran
voce di non farlo più soffrire illudendosi ancora. Aveva
paura a respingerlo e paura di ricominciare l’amicizia con
lui. Avrebbe potuto dimenticare quello che gli aveva fatto? Tutto
il dolore provato? No! Non doveva cedere all’infantile e ingenuo
desiderio di poter ricostruire la loro amicizia.
Si addormentò alle prime luci dell’alba
ormai stremato dalla stanchezza fisica e psicologica. Il suo sonno
tuttavia fu tormentato e dopo un paio d’ore fu di nuovo sveglio
e ancora più stanco. Passò la mattina a letto, alternando
il sonno, costellato da incubi, a momenti in cui era sveglio.
Solamente a mezzogiorno si alzò. Quando
si guardò allo specchio il suo volto era pallido e profonde
occhiaie gli contornavano gli occhi, facendolo assomigliare più
a un fantasma che ad un essere umano.
Era ormai ora di pranzo, ma subito si ricordò
che in casa non c’era nulla di commestibile. Ormai era tardi
per andare al supermercato e, molto probabilmente, non ci sarebbe
andato in ogni caso. Tirò fuori dalla valigia un panino tutto
schiacciato che gli aveva preparato, prima di partire, la madre
della famiglia in cui alloggiava. Gli diede un primo morso, ma non
aveva molta fame così lo abbandonò sul tavolo e andò
a guardare la televisione.
Il campanello suonò e Nicolaj senza nemmeno
accorgersene si ritrovò a tremare per l’agitazione.
Si alzò ed andò ad aprire. Come aveva previsto, davanti
a lui c’era Manuele. Ogni incontro era una lotta con se stesso
per non cedere ai ricordi che lo invogliavano, tentatori, ad arrendersi
al suo sorriso.
« Senti ti andrebbe di venire a mangiare
da me? Così ne approfittiamo per parlare un po’! »
Manuele stava cercando in tutti i modi di far sembrare
il suo comportamento normale, di non far trasparire la sua angoscia
e certo il comportamento dell’amico, distaccato e in certi
tratti accusatorio, non lo facilitavano. Doveva parlargli. Voleva
ritrovare l’amico che aveva perso due anni prima per il suo
stupido comportamento.
« No grazie. Mi sono già preparato
da mangiare e poi non ho molta fame! »
« Cosa mangi di buono? »
« … Un panino! »
« Un panino?! Non ti va di mangiare qualcosa
di caldo? »
« Te l’ho detto, non ho molta fame!
»
« Beh allora potresti solamente farmi compagnia
»
« Devo sistemare ancora la mia roba e sono
distrutto … »
« Aspettami qui »
Disse prima di sparire nel suo appartamento da
dove ricomparve poco dopo con una pentola in mano.
« Tu mi fai compagnia mentre mangio e io
ti do una mano a sistemare … e non accetto un rifiuto! »
Nicolaj a malincuore lo fece entrare in casa e
lo seguì in cucina. Dal canto suo Manuele, felice di avere
una possibilità, era ben conscio del fatto che la parte più
difficile doveva ancora iniziare.
Alla fine mangiò anche Nicolaj seppur controvoglia.
Manuele non smetteva più di parlare. Anche
se riceveva ben poche risposte, cosa che stupì molto il ragazzo
più grande visto che prima era Nicolaj a parlare sempre,
non riusciva a tacere per più di due minuti.
Manuele si ritrovò a chiedersi dove fosse
finito tutto il suo entusiasmo e la sua allegria di cui, ormai,
non c’era traccia nemmeno nei suoi occhi, prima, sempre allegri.
Si ricordò che quell’espressione spenta e vacua l’aveva
vista ogni volta che non era con lui.
Nicolaj stava disfacendo al valigia mentre Manuele,
seduto sul letto, in silenzio rifletteva su quello che stava per
dirgli.
Quel silenzio tra loro lo rendeva nervoso. La sua
presenza lo rendeva nervoso. Mise i vestiti nell’armadio senza
molto interesse. Era bello sentirlo parlare … proprio questo
era il problema.
« Devo chiederti scusa per il mio comportamento
… prima che tu partissi … vedi io … »
non fece in tempo a terminare la frase che l’amico
lo interrupe. Parlò con tono indifferente senza nemmeno voltarsi
per guardalo.
« Non importa ormai sono passati due anni
… è un argomento chiuso »
A quelle parole, il ragazzo seduto sul letto non
osò continuare anche se comprese benissimo che Nicolaj non
aveva dimenticato e il suo comportamento lo testimoniava, ormai
lo conosceva fin troppo bene per non intuire i suoi stati d’animo
e per non capire ciò che era celato dalle sue parole.
Era ormai sera quando Manuele tornò a casa.
Nicolaj si rese conto, solo dopo aver chiuso la porta alle sue spalle,
di aver accettato l’invito dell’amico a passare una
settimana in montagna con lui e i suoi vecchi amici. Appoggiò
la schiena alla porta chiusa e si lasciò scivolare a terra,
dandosi mentalmente dello stupido. Aveva accettato quasi senza rendersene
conto e la cosa ancora più preoccupante era che una parte
di lui non era affatto dispiaciuta della sua scelta.
Rimase, per una tempo incalcolabile, accovacciato
sul pavimento freddo ad osservare un punto imprecisato del parquet
e ad ascoltare il silenzio desolante che invadeva ogni stanza. Non
poté impedire alla sua mente di ricordare il periodo che
aveva passato accucciato, proprio come in quel momento, nell’angolo
più buio della camera a stringere la sua felpa rifiutandosi
di continuare a vivere.