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Titolo: Favola Metropolitana Autore: Dicembre (dicembre.xii@gmail.com) Capitolo: unico Soggetto: originale Pairing: Ashley e Joshua Raiting: NC17 Note: 1.Il racconto coinvolge un prete (chi ha problemi religiosi a riguardo, si astenga dalla lettura). 2. Dedicata a Belial, per il suo lavoro, per il tempo che mi dedica nonostante non ne abbia, e per la sua passione per i preti “emancipati” XD
Favola Metropolitana
Stiamo entrambi in silenzio: ognuno aspetta che l’altro parli, ma la parola non è il solo mezzo di comprensione fra le due anime. Non sono le sillabe che vengono Dalle labbra E dalle lingue A unire i cuori. (G.K.Gibran)
Pioveva a dirotto quel giorno. Faceva freddo. Ashley si accese l’ultimo mozzicone di sigaretta che aveva e guardò il cielo, mentre con la punta del naso cercava di evitare le gocce che gli cadevano addosso.
“Che cazzo fai, si può sapere?” “Tu sei tutto scemo” Mikey – o come lo chiamavano gli altri Mikey il Topo – si schiacciò contro il palazzo, sperando che la grondaia lo riparasse dalla pioggia battente. “Tanto il culo dovrai bagnartelo per forza, meglio farlo subito” Passò una macchina facendo schizzare acqua e fango tutt’intorno. Il tentativo di Mikey di rimanere asciutto si rivelò subito del tutto vano. Ashley rise e s’accanì, per l’ultima volta, sulla sigaretta fra le sue dita che non aveva più nulla da dare. Una seconda macchina passò di lì, con più calma. E si fermò, sull’altro lato della strada. “Vai tu? Vado io?” “Quello vuole te Ash, sarà uno di quei ricchi rotti in culo che vogliono i faccini delicati”
Il ragazzo mostrò il dito medio all’amico: “Ci vediamo qui dopo?” Ash annuì, dirigendosi verso la macchina che lo aspettava col motore accesso. Mikey aveva ragione, l’uomo all’interno della macchina era davvero uno di quei riccastri rotti in culo che si vedono sulle copertine dei settimanali. Ash mascherò il disgusto con un sorriso che sapeva gli avrebbe aperto i pantaloni e soprattutto il portafogli del tizio alla guida. Appena entrato in macchina, l’uomo ingranò la marcia e sgommò via. Probabilmente, pensò Ash, era la prima volta che faceva una cosa del genere. Sapeva di dover parlare per primo, doveva mettere il cliente a proprio agio, ma per un istante si limitò a guardarlo. I pochi capelli che aveva sulla testa gli cadevano ordinatamente sulla fronte, quasi avesse speso ore dedicandosi ad uno ad uno dei pochi superstiti in un campo di battaglia semi-deserto. Più capelli di certo non ne avrebbero fatto un adone. Gli occhiali troppo spessi, tondi, si appoggiavano sul naso un po’ storto che sembrava facesse fatica a respirare. Evidentemente era agitato. “Hai finito di squadrarmi?” chiese lui, con aria stizzita. “Guardavo i tuoi occhiali. Ho sempre avuto un debole per le montature demodé”
“Li ha scelti mia moglie”
“Sono qua per lavoro…Non ho una casa, sono in hotel” disse fermando la macchina
“ma non andiamo in albergo da me. Non voglio che ti vedano” “Quanto vuoi per un pompino?” “Vai subito al dunque… hai fretta?” chiese Ash mettendo una mano sull’inguine dell’uomo e premendoli sull’erezione. L’uomo gemette. “Quanto?” “200” “200 per un pompino? Senza guanto, mi auguro” “Te lo scordi, amico” “200 sterline per succhiare del lattice? 500, ma senza niente” Ricco rotto in culo. “500, le tue sigarette e te lo succhio senza preservativo, ma non mi vieni in bocca, mi avvisi prima”
L’uomo annuì, con gli occhi di qualcuno che sta quasi venendo nei pantaloni. Che
tristezza. Tese la mano, aspettandosi i soldi. “E se poi ti do i soldi e scappi? O se non mi piace?” Ash non roteò gli occhi perché sapeva che sarebbe stato controproducente, ma questo davanti a lui era davvero un coglione. “Dove vuoi che me ne vada, qui in mezzo al niente? A piedi poi. Prima il dovere” disse prendendosi il pacchetto di sigarette dal cruscotto “ poi il piacere” disse aumentando la pressione sull’inguine dell’uomo “Va bene, va bene! Però fai in fretta”. Gli diede dieci pezzi da cinquanta freschi, appena usciti dalla banca. Ash sorrise e se li mise in tasca. Probabilmente, pensò, avrebbe potuto chiedere ancora di più. Ma si mise a lavorare. Le mutande bianche dell’uomo erano già umide e quando Ash gliele abbassò, lasciò che il pene dell’uomo, finalmente libero, gli sbattesse in faccia. L’uomo gemette. Sì, avrebbe fatto davvero in fretta. Difatti ci volle pochissimo perché l’uomo afferrasse i capelli di Ash e iniziasse a rantolare, muovendo su e giù le anche cercando di prendere lui il controllo. Ash non glielo lasciò fare, nonostante ciò l’uomo venne dopo pochissimo. I muscoli dell’addome si contrassero e le gambe si strinsero intorno alla mano che gli stava accarezzando i testicoli. Ash tolse la bocca dal glande dell’uomo e lo toccò con la mano, quando questo venne, gridando. Un grido acuto. Per poco Ashly non scoppiò a ridere. Non aspettò che l’uomo si riprendesse del tutto e aprì la portiera quando questi stava ancora tremando: “M’avevi detto” cercò di dire lui “ che non potevi tornare a piedi da qui…” con la bocca secca, faticava a parlare fluidamente. “E tu m’avevi detto che m’avresti avvertito prima di venire” “Ah” l’uomo lo guardò colpevole. Con le mutande ancora calate e il pene flaccido, ma lucido di saliva e sperma, Ash provò un lieve disgusto.
“Au revoir” Ash sorrise “Sei un vecchio vizioso” gli sussurrò, alzando due dita. “Due…Duemila?” “E non c’è l’opzione senza guanto” “E dove ti trovo?” “Stesso posto, stesso bar” disse Ashley allontanandosi “a domani”. La macchina non partì subito, ma Ash non si voltò indietro quando sentì il motore accendersi. Aveva già dimenticato tutto, altrimenti non sarebbe sopravvissuto. Continuava a cadere una pioggia scrosciante e ormai il cielo era completamente nero. Ash aprì la bocca, per fare entrare la pioggia e togliersi il sapore pastoso dell’ultimo cliente. E rimase lì, sotto un lampione, a faccia in su con la bocca aperta, per lavarsi un po’. Non aveva esattamente idea di dove si trovasse. Sapeva di aver già visto la zona, ma probabilmente l’avrebbe riconosciuta di giorno. Lì, al buio, poteva essere ovunque. Iniziava a fare davvero freddo , la giacca zuppa era diventata inutile e Ash si guardò intorno per vedere se c’era un posto dove scaldarsi un po’. Il portone di una casa, una banca, due negozi chiusi e una chiesa, in fondo alla strada. Probabilmente anche lei era chiusa, ma tanto valeva andare a controllare. Non aveva voglia di litigare con i padroni della casa del portone, quando questi l’avrebbero trovato seduto ad insozzare il loro pianerottolo. Tirò fuori una sigaretta dal pacchetto appena guadagnato. Che stupido, pensò, 500 sterline per un pompino… Mikey non ci avrebbe mai creduto. I suoi prezzi erano alti, ma l’aveva proprio sparata quando aveva detto 200. Aveva visto uno ricco, evidentemente alle sue prime volte e aveva detto una cifra qualunque. Mai avrebbe pensato che questi gli avrebbe offerto di più. Quella sera se la meritava al chiuso. Entrò nella chiesa e si guardò in giro: era deserta. Qualche candela bruciava vicino all’altare e la poca luce che emanava si sfumava in quella elettrica, ma altrettanto debole, sull’altare. Si sedette su una delle panche in fondo e si strinse nelle spalle, Lì dentro non faceva così freddo, ma non sufficientemente caldo da riscaldarlo. Si alzò subito e decise di andare vicino alle candele dove, forse, avrebbe fatto più caldo. Camminò dritto in piedi, sul corridoio centrale,senza un gesto devoto nei confronti di quel crocifisso che, da dietro l’altare, sembrava incombere su di lui. Ash non lo guardò neanche, ma anzi, gli diede le spalle sedendosi vicino alle candele dove, effettivamente, l’aria era più calda. C’era un silenzio assoluto, all’interno della chiesa. Ashley sentiva solo il suo respiro e una goccia d’acqua, che, di tanto in tanto, cadeva dai suoi capelli. Portò le ginocchia al petto per scaldarsi ulteriormente. Non aveva voglia di andare a casa, Mikey probabilmente non era ancora tornato e l’idea di rivedere Ian e Patrick a quell’ora di notte, probabilmente strafatti, non era certo delle più allettanti. Si ricordò del pacchetto nuovo che aveva in tasca e prese una sigaretta, accendendola con una delle candele lì di fianco a lui. “Lo sai che ci sono persone che credono che quelle candele illumino la via dei loro cari verso il Paradiso…” Ash sussultò e quasi cadde dalla panca su cui era seduto. “Cazzo, non ti avevo sentito arrivare” “E fumare in chiesa, inoltre, è proibito” disse l’uomo appena arrivato, togliendo dalle labbra di Ash la sigaretta e strappandone via la brace all’estremità. “Sei uno che non si ustiona facilmente” commentò sarcastico Ash, ma poi guardò stupito l’uomo che gli stava porgendo il resto della sigaretta, spento. “Dal sorriso che hai fatto quando l’hai presa, penso che tu la ritenga un bene prezioso. Sarebbe sciocco buttarla via tutta, no?” Ash annuì, esterrefatto e riprese la sigaretta. Guardò l’uomo davanti a sé. Era un prete giovane, poteva avere trenta, trentatrè anni non di più. I capelli lisci erano ben ordinati sulla nuca e sulla fronte, solo intorno alle orecchie ricadevano a ciocche sparse, quasi si ribellassero a quel taglio austero. La luce delle candele non permetteva ad Ashley di capire di che colore fossero. Castani? Biondo scuro forse? Portava occhiali piccoli e ovali; minimalisti ma ricercati. Una montatura che ti saresti aspettato più su un cartellone pubblicitario, piuttosto che su un prete. “Devo andarmene?” “No” rispose il prete “ma ho pensato ti avrebbe fatto piacere del tè caldo” Disse porgendogli un bicchiere di cartone fumante “E’ da quando sei entrato qui che tremi. Ti ho portato anche questo” aggiunse appoggiando un maglione di fianco ad Ash “così ti riscaldi meglio” “Non proprio all’ultima moda” disse con fare impertinente Ash che, comunque, si affrettò a togliersi la propria giacca. Non vedeva l’ora di avere addosso qualcosa di asciutto. “E’ del parroco di questa chiesa, ha settant’anni, non puoi pretendere molto” rise il prete. “Non sei tu il parroco di qui?” Il primo sorso di tè irradiò così tanto calore dall’interno che Ash sospirò di piacere. “Ti sembro così vecchio?” lo rimproverò il prete “No, io sono qui per aiutare il parroco e per intraprendere la via che mi porterà a Dio” “Io ne conosco ben altre di vie che ti portano a Dio” commentò Ash fra sé e sé, ma tenendo sotto controllo la reazione del prete. Reazione che non arrivò. “ E quindi mandi tu avanti baracca e burattini quando il vecchio dorme?”
“Il reverendo Paul” lo corresse il prete “non sta molto bene in questi giorni,
per cui si ritira presto la sera e io mi occupo delle preghiere serali e di
chiudere la chiesa, quando è ora” “C’è sempre qualcuno che potrebbe aver bisogno di ospitalità nella casa del Signore” “E’ incredibile che ci sia gente che crede davvero a queste cazzate. Io avevo solo freddo” “Per qualunque motivo sia, sei entrato e questo per me è sufficiente” “Anche se ho acceso una sigaretta con una candela?” “Anche se hai acceso una sigaretta con una candela” gli sorrise il prete. Aveva un bellissimo sorriso, così caldo e rassicurante che Ash si ritrovò a sorridere anche lui. Forse, anche se erano tutte cazzate le storie raccontate dai preti, rendevano più dolci le persone che ci credevano. “Bevi sempre il tè senza niente? Neanche con un goccio di latte?” “Il tè va bevuto senza nulla, altrimenti perdi tutto il suo sapore” “Sarà, ma io l’avrei preferito con un po’ di latte” “Fai anche il pignolo su come ti viene servito il tè?” lo prese in giro il prete. “E’ quello che mi diceva sempre il Lercio, quando mi offriva i panini…” “Il Lercio?” “Sì, l’omino che aveva un baracchino di hotdog all’angolo a Becontree. Faceva i migliori panini di Londra. Non riusciva mai ad azzeccare il panino che doveva farmi, penso perché alla fine, non mi ascoltava neanche” Ash si strinse nelle spalle, sorridendo al ricordo “Perciò è naturale che mi lamentassi, quando mi dava il panino sbagliato.” “Ma non hai detto che te lo offriva?” “E che c’entra? Anche offerto, era il panino sbagliato” “Ne parli al passato…” Ash sospirò e guardò il prete negli occhi “E’ morto. O almeno, così dicono. E’ scomparso, al posto suo c’è un altro che fa panini, ma niente a che vedere con quelli del Lercio” “Non sai cosa gli sia successo?” chiese il prete. “Sai come vanno queste cose, uno chiede in giro…magari un po’ qua e un po’ là, ma nessuno ha notizie certe. Per un certo periodo è anche girata voce che il Lercio avesse avuto problemi con dei tizi ed un debito da saldare, ma non penso sia vero. Non era da Lercio fare debiti…Pensa che una volta” spiegò Ash “m’ha prestato un libro. Ha precisato però, che non me lo prestava, ma che me lo regalava e che io gliel’avrei regalato a sua volta, quando l’avrei finito. Diceva sempre che non voleva crediti, né debiti con nessuno. E’ inverosimile che uno così abbia dei debiti, non credi?” Il prete guardò Ash e annuì “Che libro era?” “Era un libro di viaggi, sull’Italia e il Mediterraneo” “Vorresti andarci?” “Da impazzire, se avessi qualche soldo, partirei domani. Ma sai, per ora è troppo caro lasciare l’Inghilterra” “Non sei mai andato all’estero?” Ash si strinse nelle spalle “Il Galles conta?” e poi rise, divertito. “L’Italia è molto bella, ti auguro davvero di poterla visitare un giorno” “Ci sei stato?” chiese entusiasta Ash, ma poi riportò la voce al tono di sempre “Sì, ci andrò un giorno… Vorrei vedere il mare…caldo”
“Il mare caldo?” “E’ divertente?” “No, è che di solito, se qualcuno vuole visitare l’Italia è per andare a vedere Roma, Firenze o Venezia… E non per vedere il mare caldo…” “Vorrei andare anche a Roma, Firenze e Venezia, ovviamente. Ma soprattutto, vorrei stare in riva al mare e che questo sia caldo e brillante, come in quelle foto del libro del Lercio. Poi la sera potrei andare in giro per città , ma di giorno…” Ash non concluse la frase, perso fra quelle immagini che aveva visto mille volte, su un libro che non aveva mai più restituito. Riusciva sempre a controllare le sue reazioni, dosare le parole e i gesti, ma quando si lasciava andare, il suo labbro inferiore sfuggiva al suo controllo e tremava, a volte impercettibilmente, altre volte più marcatamente. Da sempre era qualcosa che non riusciva a controllare e che lo infastidiva a dismisura. Anche in quel momento, fra il ricordo del Lercio e di un possibile futuro, il suo labbro tremò, sopraffatto da una malinconia improvvisa. Suonarono le campane. “Cazzo” scattò in piedi Ash “Mi sa che s’è fatto tardi”. Si girò verso il prete per salutarlo, ma gli mancarono le parole. Gli sorrise semplicemente e l’altro fece lo stesso. Corse via, per raggiungere il più in fretta possibile la metropolitana che l’avrebbe portato a casa.
Arrivò a casa un’ora dopo, quando il sole era già alto in cielo. Inserite le chiavi nella toppa, Ashley non riuscì subito ad entrare in casa. “Ma che cazz…” Il corpo di un ragazzo che russava era steso e impediva il passaggio e così, altri quattro ragazzi, occupavano la sala, fra bottiglie di birra vuote e fumi di bonghi quasi esauriti. “Porca puttana, Topo!” Mickey uscì assonnato dalla sua stanza, vestito di soli boxer. “Che cazzo ci fanno questi qui?” “Una piccola festicciola, Ash, dai non te la prendere. Non tornavi più e mi stavo annoiando. Sono amici…”.
“Cazzo, Topo, sono parassiti, che si scolano birra sui soldi degli altri “ “Dai, Ash, lasciali stare” “Vaffanculo!” disse rivolto a Mikey e poi, vedendo che gli altri facevano fatica a mettersi in piedi, li sollevò di forza “Fuori di qui, cazzo!” e senza troppe cerimonie, li buttò uno ad uno fuori dalla porta, sbattendola alle spalle. Qualcuno protestò, ma le sue parole furono interrotte da un conato di vomito. “Ecco, così ora ci ritroviamo con una puzza sul pianerottolo per le prossime tre settimane. Ti ho detto che non li voglio a casa” Il Topo si strinse nelle spalle “Non abbiamo fatto niente di male. Tu te ne sei andato col tuo riccastro e siccome dopo non è passato più nessuno, non sapevano cosa fare, e ci siamo fatti due birre a casa”. Ash prese da terra una bottiglia vuota e la buttò nella spazzatura. “Tu piuttosto, dove sei stato?” chiese Mikey buttandosi sul divano “ Mi stavo quasi preoccupando, non vedendoti più tornare…. Cos’è, il ricco rotto in culo t’ha tenuto occupato tutta sera?” Ash rise, tirando fuori i soldi dalla tasca e sfogliando ad una ad una le dieci banconote.
“Merda, cinquecento sterline. E che cazzo hai fatto a ’st’uomo?” Poi il Topo
sgranò gli occhi “Non ti sarai fatto scopare senz...” “Certo, un pompino al principe Carlo, per quella cifra!” “No davvero, lui m’ha chiesto quando volevo per un pompino, e io ho sparato una cifra a caso. Era uno nuovo, di quelli che non s’informano perché si vergognano e allora ci ho provato.” “Cinquecento cazzo di sterline. Ash, è troppo pure per te! Ma poi hai dormito da lui?” “No, siamo stati in macchina, poi sono tornato a piedi” “E ci hai messo 5 ore” Ash sospirò “Sono entrato in una chiesa lì vicino…” Mikey fece una faccia fra l’inorridito e l’incredulo e Ash continuò a spiegare. “Avevo freddo, perché ero bagnato e non sapevo come tornare perché non conoscevo bene la zona. Allora ho pensato di entrare in un luogo asciutto e aspettare l’alba” Ash si appoggiò con la schiena al muro e guardò fuori dalla finestra: la città che si stava risvegliando “E lì mi sono messo a chiacchierare con un prete” Mikey scoppiò a ridere “E di che cazzo hai parlato con un prete?” Ash non rispose subito e si strinse nelle spalle. “Abbiamo parlato del parroco di lì, del Lercio, del mare…” “Eh?” Il topo non stava capendo “Abbiamo parlato di cose… normali...” disse Ash accorgendosi troppo tardi di avere la voce rotta. “Di cose normali…” ripetè cercando, questa volta, di mantenere la voce più salda.. Non guardò in faccia l’amico, ma lo sentì schioccare la lingua, come quando il Topo non capiva qualcosa. Ash entrò nella sua stanza e si chiuse la porta alle spalle e solo allora lasciò andare il respiro, quasi lo stesse trattenendo da troppo tempo. Avevano parlato di cose normali, come una qualunque conversazione in un qualunque momento, eppure Ashley sentigli occhi inumidirsi e dovette strizzarli e darsi del coglione, per non piangere. Ripensò al prete e si rese conto di non averlo mai guardato, se non all’inizio della conversazione. Si ricordava bene i suoi capelli e i suoi occhiali, ma quello che gli vibrava addosso era la sua voce, che l’aveva scaldato dopo la pioggia. Ash guardò il maglione che aveva ancora addosso e lo strinse fra le mani. Si tolse le scarpe e i jeans, prima di mettersi a letto sotto le coperte. Non si tolse però il maglione, che continuava a stringere fra le dita. Chissà come muoveva le mani, quando parlava, chissà che espressione faceva quando ascoltava… chissà.
Ash riascoltò la voce del prete prima di riaddormentarsi e solo poco prima di
cedere al sonno si accorse che non gli aveva neanche chiesto il nome.
Pioveva ancora. Ormai era da giorni che non smetteva. Mikey e Ashley erano sempre al solito posto, sotto il lampione e le sua luce al neon. Ash aveva dormito fino al tardo pomeriggio, poi s’era preparato come sapeva sarebbe piaciuto ai clienti: un’ombra di matita sul bordo degli occhi e le ciglia, naturalmente lunghe, pettinate con cura. Troppo trucco gli avrebbe rovinato i lineamenti, che non erano sufficientemente femminili per stare bene colorati. Si mise nella borsa il maglione che gli aveva dato il prete. Non sapeva ancora dove sarebbe finito, quella sera, ma ugualmente se lo portò dietro.
“Pensi che il rott’in culo tornerà?” “Gliene ho chieste duemila per il servizio completo” Mikey non credette alle sue orecchie “Cazzo, sei impazzito? Duemila! Ce l’hai d’oro?” Ashley rise e s’appoggiò al muro di fianco a Mikey. “Ehi, Topo, stasera niente baldoria, ci servono i soldi” “Con quello che guadagni tu, Ash, siamo al sicuro per mesi” “Sì, con la differenza che non sono tua madre e non ho intenzione di mantenerti” Il Topo roteò gli occhi: “Tanto saremo inchiodati qui ancora per tanto, è giusto darsi una mano a vicenda” “Parla per te, io appena posso me ne voglio andare…” Ashley aveva appena finito la frase, quando ricomparve l’auto del cliente del giorno prima “Cazzo, è tornato davvero” “Te l’ho detto che gli devi essere piaciuto! Certo che non è giusto, avessi una faccia come la tua, porterei anch’io cinquecento sterline a sera a casa…” Ash sorrise all’amico, prima di dirigersi verso la macchina. Il Topo, purtroppo, aveva ragione. Quel muso asimmetrico, il naso troppo grosso per le guance incavate e le orecchie a sventola che gli avevano valso il soprannome, non lo aiutavano di certo a trovarsi clienti. Ma era un tipo affabile e sapeva comunque lavorarsi le persone con le quali aveva a che fare, perciò riusciva a compensare con l’esperienza la sua mancanza di fascino. E poi, come diceva sempre lui, col culo all’insù si è un po’ tutti uguali, quindi alla fine anche il topo aveva la sua parte. Stessa macchina, ma soprattutto, stesso abito costoso del giorno prima. Per pagare un pompino cinquecento sterline quest’uomo doveva essere ricco, ma non sapeva di certo spendere soldi in vestiti. “Allora sei tornato” gli disse dolcemente “Ti aspettavo, ma non ero sicuro mi avresti voluto di nuovo” Il cliente era ancora agitato, forse più del giorno prima. “Dobbiamo andare in albergo” “Se ti agita essere visto con me, possiamo anche andare nel parcheggio. Sono molto…duttile” e lasciò che quelle parole rimanessero sospese in aria, senza che il suo cliente potesse fare niente se non trattenere un piccolo gemito.
“No, in albergo. Duemila sterline, ma per tutta la notte. Va bene?” “Non ti preoccupare” disse Ash al suo cliente, appoggiandogli una mano sull’inguine “sono bravissimo a non farmi notare” L’uomo sollevò leggermente il bacino per aumentare la pressione “Spero sia vero…” L’albergo dove andarono era un albergo lussuoso, come Ash se l’era aspettato. Fu estremamente facile per lui introdursi senza essere visto, l’aveva fatto così tante volte che ormai, aveva perso il conto. Quando entrò nella stanza, il suo cliente era già lì, mezzo nudo, senza i pantaloni e con la camicia semi sbottonata. Ashley camminò verso di lui con passo felino. “Sei bellissimo” mentì così bene che il suo cliente gli credette immediatamente, ma non ebbe tempo di dire nulla perché la bocca di Ash succhio via qualunque parola di risposta. Venne subito, gridando, più forte di quanto avesse già fatto in macchina. “Non era…” farfugliò l’uomo ma non riuscì a formulare un pensiero coerente. “Era un piccolo anticipo di quello che ti aspetta, ora però il mio anticipo “ gli disse tendendo la mano. L’uomo gli mise dieci pezzi da cento sul comodino e Ash scosse la testa. “La cifra è duemila” “Ma…” protestò il cliente” “Duemila, o me ne vado con quei mille che mi pagano quello che ho già fatto” L’uomo sospirò e Ashley si sarebbe messo a ridere, ma non si può ridere del cliente. Non di fronte al cliente stesso. Duemila sterline vennero appoggiate sul comodino. Una scopata per duemila sterline, e quando gli ricapitava? “Duemila” disse titubante l’uomo “Ma ti voglio leccare e ti voglio fottere tutte le volte che voglio. Ti ho tutta notte” Per lo meno, pensò Ash, il suo cliente iniziava a mettere da parte le sue inibizioni e chiedeva esattamente quello che voleva. Anche se era chiaro che non sapeva che cosa l’avrebbe aspettato. Ash era terribilmente annoiato, lasciò che l’uomo lo spogliasse fingendo interesse, ma non vedeva l’ora che tutto finisse. Il solo spogliarlo, provocò al cliente una nuova erezione che si consumò in un istante, appena Ash iniziò a strofinare il proprio membro con quello dell’altro. “No, niente giochetti erotici. Per quelli c’è già mia moglie” disse il cliente ansimando “Voglio venirti dentro” Ashley gli sorrise, tirando fuori un preservativo dalla tasca dei jeans buttati per terra. Il cliente spalancò gli occhi. “Mica ti sarai dimenticato del nostro amico, vero?” Ma per l’ennesima volta, l’uomo non fu in grado di parlare perso fra i suoi gemiti e rantoli, col sesso di nuovo semi eretto. “Sei così bello…Devo… Io devo scoparti” “Ma certo” gli sussurrò all’orecchio Ash “Preparami” gli disse poi versando sulle mani del cliente della vaselina. Durò tutto pochi minuti, poi di nuovo il cliente venne, rantolando, in un orgasmo che sembrava non avere pari. Ash guardò l’addome gelatinoso dell’uomo e si sfilò da lui, accarezzandoglielo.
Lo guardò in volto: aveva un’espressione felice e soddisfatta, quella di chi ha
finalmente dato voce ad un desiderio inespresso da anni. Ashley pensò che fosse il caso di godersi un po’ la stanza e si preparò l’acqua del bagno. Si guardò le mani , unte di lubrificante e le tuffò nell’acqua bollente, scoppiando a ridere, in una di quelle risate isteriche a cui raramente si abbandonava, ma così liberatorie che lì, in quell’albergo a cinque stelle, con un uomo che russava dall’altra parte della porta, sembrava l’unica cosa possibile da fare. Rimase in acqua almeno due ore, continuando a farne uscire di calda, mentre quella all’interno della vasca si raffreddava. Che ore erano? Forse le cinque. Si poteva considerare conclusa la nottata? Lì, fuori dall’acqua, zuppo dalla testa ai piedi, un pensiero lo folgorò: forse la chiesa sarebbe stata aperta, forse poteva andare lì e per bere un’altra tazza di tè. Si asciugò in fretta: c’era una certa agitazione nei suoi movimenti, fin troppa aspettativa. Non aveva neanche idea di dove si trovava… Stupido. Si sgridò, ma ugualmente si rivestì in tutta fretta, mettendosi in tasca i soldi. Uscì dalla stanza dopo pochi minuti: sì, le cinque potevano considerarsi mattina. L’albergo, si rese conto, era piuttosto lontano dalla chiesa, ma ugualmente distante da casa sua, quindi tanto valeva incamminarsi. Pur con duemila sterline in tasca, Ashley non prese in considerazione l’idea di prendere un taxi. Li aveva sempre considerati soldi buttati. Passò un autobus sul quale salì al semaforo. Gli avrebbe se non altro, risparmiato un po’ di strada. Arrivò di fronte a Tesco un’ora dopo e si fermò per un istante a guardare il supermercato. Il quartiere si stava risvegliando, le luci dei negozi si stavano accendendo e Tesco, un monolite in mezzo al parcheggio, seguiva la corrente e, anche lui, alzava le tapparelle. Ashley si ritrovò a sorridere, pensando che nello stesso parcheggio in cui si trovava in quel momento, due sere prima aveva fatto un pompino per cinquecento sterline ad uno sconosciuto. Ma questo Tesco non poteva saperlo. Il ragazzo si girò nella direzione della chiesa, ma non si incamminò subito. La guardò, immobile sotto la pioggia cercando di metterla a fuoco. C’era qualcosa di orribilmente brutto nella sua architettura, di osceno, quasi, nel suo grigiore e Ash si chiese se, per caso, agli occhi degli altri anche lui non apparisse così. Imbruttito dal suo lavoro e osceno, nella completa indifferenza nei confronti del mondo che lo circondava. Non un apatico, quello no, perché il calcio la domenica o due risate con gli amici smuovevano sempre l’umore, per dieci minuti. Ma qualunque cosa gli capitasse, gli scivolava addosso senza lasciare traccia e spesso, senza lasciare alcun ricordo di sé. Ash alzò le spalle, per allontanare quel pensiero inutile. Del resto, non gli interessava poi molto. Qualcuno avrebbe potuto obiettare che Ashley poteva essere osceno, ma sicuramente non era brutto. Ma anche questo pensiero venne accantonato e lasciato cadere, lontano. Anche quella chiesa, probabilmente, poteva diventare graziosa, a Natale, se addobbata di lucine e ghirlande. Questo comunque non ne avrebbe modificato la bruttezza essenziale.
Il portone della chiesa era chiuso. Ash si guardò in torno, per vedere se ci fossero entrate secondarie aperte. “Ehi, che ci fai qui?” gli chiese un vecchietto con una scopa in mano. “Non vedi che la chiesa è chiusa?” Ash alzò il sopracciglio. Aveva scambiato il vecchio per qualcuno che faceva le pulizie, mentre si rese conto – dall’abbigliamento – che era il parroco. “La chiesa non dovrebbe essere sempre aperta per i bisognosi?” Chiese facendo un po’ il verso a ciò che gli aveva detto il suo prete, due sere prima. “A quest’ora i bisognosi dormono! Vattene a casa ragazzo!” “Volevo parlare con…” Ashley si fermò un istante in cerca delle parole adatte “Col prete giovane, quello che era qui un paio di giorni fa…” “Padre Joshua?” “Se avessi saputo il suo nome, te l’avrei detto” rispose asciutto il ragazzo. Gli occhi del vecchio divennero due fessure, se c’era qualcosa che davvero non sopportava, erano questi giovani impudenti: “Brutto impertinente, vattene di qui!” “Ma sono venuto a trovare qualcuno, non voglio andarmene” “Sei venuto qui per prenderti gioco della chiesa, io conosco i ragazzini come te!” “Ragazzini… Ho già due volte dieci anni, più qualche anno, non più un ragazzino” Il parroco aggrottò la fronte, cercando di fare i conti e capire cosa avesse appena detto Ashley, ma s’irritò ancora di più . “Mi prendi in giro?” “Ti avessi offerto una scopata capirei questa tua irritazione…” Il vecchio divenne rosso in faccia: “Ma tu lo sai con chi stai parlando?” gridò “e lo sai che questa è la casa di Dio?” “Se ci ospita, per me va bene anche farlo a casa sua, non è un problema” suggerì Ash stringendosi nelle spalle. Il vecchio tremò e brandì la scopa: “Brutto schifoso! Vattene via, che insozzi il mio sagrato! Prega e che Dio perdoni la tua lingua biforcuta!” Gli inveì contro, cercando di colpirlo con la scopa.
Ashley si scansò per evitare il prete e tirò fuori il maglione dalla borsa:
“Che ci fai col mio maglione? Dammelo!” “E’ mio, dammelo, brutto ladro!” S’intestardì il prete, tirando la maglia a sé, ma il ragazzo la strinse più forte. “Ho detto che la voglio riconsegnare a chi me l’ha prestata” e così dicendo, fece un passo indietro per riprendersi la maglia. Tirata da entrambe le parti, però, questa si scucì nel mezzo.
“Ecco, guarda cos’hai fatto! L’hai rotta, e ora, prima che me ne venga spedita
un’altra, ci vorranno giorni e io morirò di freddo. Come farò? Come farò
adesso?” “Vattene via, che qui crei solo problemi” Ash rimase fermo immobile, con il maglione ancora stretto in una mano. Lo fissava, con le sopracciglia corrugate, lì, slabbrato e scucito, in parte stretto nella sua mano e in parte buttato a terra. Si piegò, per prenderlo dall’altra manica e sollevarlo, avendo paura che se l’avesse sollevato con la mano che già era stretta intorno alla lana, il maglione si sarebbe rotto ancora di più. Lo guardò per un istante, per poi piegarlo con cura e rimetterlo nella sua tracolla. C’era lentezza nei suoi movimenti, quasi sacralità per un oggetto che l’aveva riscaldato per una notte intera. Il maglione era inutilizzabile. “E ora, cosa porto a padre Joshua?” chiese, con voce strozzata. “Cosa?” chiese il vecchio interrompendo nuovamente la sua attività e gracchiando. Ash alzò lentamente gli occhi sul prete, con l’espressione di chi vede una persona per la prima volta “E ora” ripetè cercando di non far tremare quel labbro maledetto che minacciava di farlo sempre sembrare troppo debole “Che cosa restituisco a Padre Joshua?” “Ah Padre Joshua, certo! Lui il suo maglione ce l’ha, sono io che ora ne ho uno in meno! Gli dirò io come sono andate le cose e la prossima volta, starà più attento a non dare a dei delinquenti come te le mie cose!” Ash sospirò, e rimase immobile, lì sul sagrato, finché il vecchio non rientrò nella chiesa dalla porticina sul lato, lasciando che questa sbattesse così violentemente che il ragazzo sussultò. Guardò di nuovo la sua borsa e si avvicinò alla bacheca della chiesa, per leggerne gli orari. Giovedì, venerdì… C’era messa tutti i giorni. Prese il foglio e lo strappò dalla puntina che lo teneva attaccato al sughero. “Qualcun altro potrebbe aver bisogno di leggere gli orari della messa” Ash si spaventò e si girò di scatto. “Cazzo! Se ogni volta sbuchi dal nulla così, muoio d’infarto nel giro di due giorni” disse rivolto al prete che aveva incontrato due sere prima. Si mise il foglio in tasca, piegandolo in malo modo e poi abbassò lo sguardo. Non era certo del motivo per cui fosse tornato lì. Per restituire il maglione, è vero, ma ora che il maglione era stato strappato, non sapeva esattamente come giustificare la sua presenza lì… Probabilmente sarebbe stato meglio andarsene via. “No, rimani” gli disse il prete, vedendolo fare un passo indietro “vieni con me, fa troppo freddo per rimanere qui fuori senza essere ben coperto” “Dove stiamo andando?” “Non avrai paura di seguire un prete, no?” No, non l’aveva. O meglio, non era il tipo di paura alla quale il prete si riferiva, era un altro tipo di agitazione, più profonda. Era paura del silenzio che si sarebbe per forza di cose venuto a creare, dell’inutilità della sua presenza lì. “E’ meglio che vada” disse. Il prete lo guardò, attraverso i suoi occhiali piccoli. “Vieni prima a riscaldarti un po’. Metterò del latte nel tè, questa volta” Ash sorrise e la sua gamba agì per lui, facendo un passo verso quell’uomo. Entrarono in una piccola casetta a lato della chiesa. “E’ piuttosto spoglio” spiegò il prete “Ma funzionale per quel che è” “E che cos’è?” “Una casetta” Ash sorrise: “A cosa serve?” si corresse “E’ una delle casette intorno all’oratorio” iniziò a spiegare l’altro, camminando per un corridoio che conduceva ad un cucinino. “ In quella principale ci dorme il parroco, si tengono le lezioni di catechismo e le lezioni dei cori. In questa e nell’altra casetta ci vivo io, i ragazzi del seminario che vengono qui. E ci sono un paio di stanze per chi non ha un posto dove stare ma non vuole passare la notte al freddo” “I drogati?” “Anche loro” “Io non sono un drogato” rispose asciutto Ash. “Lo so” “Io no…” “So benissimo cosa sei” lo interruppe il prete guardandolo negli occhi “Non mi riferivo a te, rispondevo solo ad una tua domanda” “Hai detto cosa” “Mmm?” il prete aggrottò la fronte “Hai detto ‘cosa sono’” “E’ quello che ho detto”
“Non chi sono” Ash guardò il prete davanti a lui, o meglio, lo scrutò. I capelli castano chiari – ora alla luce li vedeva bene – erano davvero indisciplinati sulle orecchie… Ash annuì, pensieroso, accorgendosi solo in un secondo momento di avere la bocca leggermente aperta. Forse era per quello che era completamente secca. “E lo stesso mi fai entrare?” disse con un tono di voce troppo basso, che non riuscì a correggere “Anche tu soffri il freddo, mi sbaglio?” “Mi vuoi qui per scoparmi?” Ash riprese subito il suo solito tono, ma l’altro non ebbe nessuna reazione. “No” gli rispose semplicemente. “Sicuro? Guarda che sono bravissimo” chiese nuovamente, sedendosi sopra la cassettiera. “Non lo metto in dubbio, ma non ti voglio qui per scoparti” Ash guardò di nuovo il prete, i suoi capelli irrequieti ed il suo sorriso sulle labbra, mentre versava le foglie di tè nell’acqua bollente. “Hai un modo , come dire, antico, di fare il tè” “Non mi piacciono gli infusi nella carta” “Sei visioso” alzò il sopracciglio Ashley. “Sono viziato” lo corresse il prete, al che il ragazzo non trattenne una risata, che presto si trasformò in un’altra e un’altra ancora, fino ad avere le lacrime agli occhi. Anche il prete rise “Sono così buffo?” “No, è solo che…” Ash cercò le parole adatte “Solo che…” ma poi ci rinunciò, scrollando le spalle “Sono molto rilassato, credo. E siccome non capita molto spesso, faccio fatica a…” di nuovo si bloccò. “Ora come ora faccio fatica a parlare” si schermì, arrossendo. Il prete gli porse una tazza di tè con del latte “prendi, quando ti sarai riscaldato sarà tutto più facile” Ashley prese la tazza e se la portò alle labbra, facendosi riscaldare il viso dal vapore, ma non bevendo. Il prete prese la sua tazza fra le mani e iniziò a sorseggiarla. “E’ un quadretto piuttosto carino, non trovi? Di prima mattina, a bere tè. Uno si potrebbe anche aspettare che ora io debba uscire per andare al lavoro e tu pure...” “Se davvero volessimo completare un bel quadretto familiare, dovrei anche offrirti dei biscotti, che non ho” “E’ davvero una casa poco accogliente, questa!” sorrise Ash “Neanche dei biscotti fatti in casa per questo povero figliuolo” “Vige una certa austerità, qui intorno” disse il prete con aria furtiva, indicando con l’indice il perimetro della stanza “e non si sa mai cosa possa dire il vecchio se trovasse un biscottino. La gola del resto, è uno dei peccati capitali!” Ash scoppiò a ridere: “Sì” fece poi una faccia terrorizzata “E il vecchio è uno che non si vuole rincontrare una seconda volta nella stessa giornata!” “Qui tocchi un tasto dolente!” puntualizzò il prete e Ash annuì, pensieroso. “Certo, non ti invidio” disse poi, ridendo di nuovo. Non rideva spesso, ma quella mattina gli sembrava così facile ridere che continuava a farlo “Certo che sei un prete strano tu” disse d’un tratto Ashley “parli male dei tuoi superiori, dici cose come scopare senza arrossire… Non mi cacci, anche se ti faccio perder tempo” “Mi sembra che qualcuno oggi ti abbia già cacciato, e penso che una volta al giorno sia sufficiente, non trovi?” Ash s’irrigidì. “Eri fuori anche tu?” “Ho sentito parte della conversazione” “Quindi…” e di nuovo non riuscì a bloccare quel maledetto labbro che tremò “Il maglione…” “Non fa nulla” “Come non fa nulla, me l’avevi dato, s’è rotto e io…” “Tu niente. S’è strappato. Ho visto cos’è successo, e non fa nulla” Ash alzò lo sguardo che non s’era accorto di aver abbassato. “Scusami” “E di cosa?” “Ho strappato il maglione…” “Ma non è stata colpa tua” Ash si strinse nelle spalle “Neanche del vecchio. Avrei probabilmente dovuto lasciarglielo, era suo, ma…” Ash sospirò “Ma… cazzo” poi sbottò, cercando in questo modo di coprire l’imbarazzo “oggi non riesco a parlare!” Si strizzò gli occhi con le dita, e di nuovo si ritrovò con la bocca secca “Non avrei avuto la scusa per tornare, se gliel’avessi lasciato” Quella confessione stupì così tanto in ragazzo che non notò le mani dell’altro avvicinarsi alle proprie, incapace com’era di mettere un ordine razionale a quell’insieme di pensieri che affollava la sua testa. “Smettila di torturarti le dita, finirai per fartele sanguinare”
Appoggiò la tazza a lato di Ash e gli prese le mani con le sue “Non devi avere
scuse per passare di qui, puoi venire quando vuoi” Il prete gli massaggiò le dita: “Joshua, diceva bene il vecchio” “Ashley” le loro mani si strinsero. “Ma aspetta un attimo…” Ash alzò le sopracciglia e sul suo viso comparve il sorriso di chi ha appena scoperto l’altro fare qualcosa che non doveva “Non eri tu quello che l’altra sera mi ha corretto, quando ho chiamato il vecchio vecchio? Non si doveva chiamare Reverendo Paul? Mi sembra piuttosto irrispettoso da parte tua, riferirti al tuo superiore così” “Beh” padre Joshua si strinse nelle spalle “ vecchio è vecchio e diciamolo, non un buon prete” “Non ti tratta bene?” “Non tratta te bene” “Non è molto importante” Ash scrollò la testa. “E’ molto importante. Un prete non dovrebbe comportarsi come lui ha fatto prima. Esistono già le vecchiette del piano di sotto, oppure gli impiegati in posta che sono acidi e scorbutici.” “E’ per quello che sei diventato prete?” “Per quello cosa?” “Per far sì che non tutti i preti brandissero scope contro i malcapitati?” Padre Josh abbassò un istante gli occhi e guardò le loro mani che erano ancora l’una nell’altra. Le separò, sospirando. L’aria si fece improvvisamente più fredda e Ash cercò di non perdere quel contatto, ma poi fu obbligato a lasciare le mani del prete che continuò a guardare. “Il tè si raffredda” gli disse padre Josh non notando – o forse fingendo di non notare – il tentativo del ragazzo di tenere le sue mani nelle proprie “Sono diventato prete perché vorrei aiutare gli altri…” “Si diventa medico, in quel caso. O si va in Africa. Non si diventa prete e non si finisce in una parrocchia di Londra” Padre Josh sorrise “Non è vero, esiste un certo strato della popolazione…” poi si corresse “ esistono certe persone che non sono malate o che non vivono in Africa, che posso in qualche modo aiutare” “Offrendo tè caldo quando hanno freddo” “Ti consideri una persona che ha bisogno d’aiuto?” Ash guardò padre Josh, attirato ancora dal quei capelli ribelli sulle orecchie, poi scosse la testa “No, non lo sono. Ho un tetto, ho dei soldi che mi danno da mangiare, ho degli amici con cui divertirmi, ho una televisione dove guardare il calcio… Alla fine, chi lavora in ufficio tutto il giorno magari sta peggio di me” Padre Josh sorrise, non ma non lo interruppe. “Magari, anche l’impiegato in banca non ha voglia di tornare a casa e va a bere al pub… Alla fine, l’importante è tirare a fine mese e cercare di stare bene…di essere felici” Di nuovo, quella suo fastidiosa abitudine di dire troppo, di non pensare prima di parlare quando gli argomenti non erano i soliti che trattava… Di nuovo, quel maledettissimo labbro inferiore che non stava fermo. Di nuovo un passo indietro. “Poi vedi, quando incontro persone come te, al lavoro intendo, traggo anch’io il mio beneficio. Mi diverto anch’io e mi piace, non è solo un servizio che faccio a loro, nonostante mi paghino. E’ vero, non sempre va bene, ma uno come te lo scoperei anche per qualche sterlina” Concluse Ash con quel sorriso che sapeva, era perfetto sulle sue labbra. “ma è meglio che vada, devo dormire un po’, altrimenti non rimorchio nessuno stasera, se ho l’aria troppo stanca”. Ashley scese dalla cassettiera dov’era seduto, ma perse l’equilibrio. Obbligato a fare un passo in avanti per mantenere l’equilibrio, si avvicinò troppo a padre Josh. La sua mano agì molto prima che la sua mente potesse capire e andò su quei ciuffi di capelli castani, per sistemarglieli dietro l’orecchio “Sembri poco professionale, altrimenti” si obbligò a dire,misurando parola per parola, per evitare che la sua bocca si seccasse. “Almeno non mi scambiano per il vecchio” “Sei un irrispettoso” sorrise Ash grato che Joshua non avesse detto niente di quella mano fra i capelli. “Sono sincero” puntualizzò l’altro “ e peccherei se dicessi menzogne” “Sono contento di non avere certi problemi” Ashley rise “ Allora, ci vediamo” salutò il prete alzando la mano “e grazie di nuovo per il tè.” D’improvviso aveva la necessità di correre via, di scappare. Si accorse di indietreggiare, ma voleva girarsi e andare via. Padre Josh non glielo permise, e gli afferrò la mano. Ashley fece scorrere il suo sguardo dalla mano al viso e poi agli occhi del prete, ma non riuscì a fare nulla se non guardarlo: troppo dolci per poterlo allontanare. “Torna” gli disse lui “Se vuoi tornare torna, senza una scusa, solo perché vuoi” “Così mi farai del tè?” Padre Joshua sorrise “Se vuoi, oppure se ti va possiamo guardare qualche partita insieme, o anche solo fare due chiacchiere” La pelle sotto la mano di padre Joshua era in fiamme: “Forse” rispose Ash, con gli occhi ancora fissi sull’altro. Il prete lo lasciò andare “Allora ti aspetto”
Un emerito coglione. Ecco cos’era. Un emerito coglione. Era agitato ed infastidito con sé stesso. Non sarebbe dovuto tornare in chiesa. Aveva incontrato padre Joshua una sera, ma quello doveva essere un incontro come tutti gli altri, fugace e anonimo. E invece era tornato. Stupido coglione. Non era chiaro ad Ash il perché di quell’incredibile paura. Era una mattina qualunque, su un pullman qualunque, aveva duemila sterline in tasca e stava andando a dormire. Qual era il problema? Un po’ lo erano quei ciuffi disordinati sull’orecchio che, cazzo, non volevano proprio saperne di stare al loro posto. Un po’ era quel sorriso e la completa assenza di scherno o cattiveria. Un po’ erano quelle mani, troppo vicine. E un po’ era lui che di capelli disordinati, di sorrisi, e di mani troppo vicine ne aveva conosciute a bizzeffe, ma nessuna di loro gli aveva messo paura. E c’era anche quel maglione sbrindellato nella sua borsa. Ora non aveva più nessun motivo per andare da lui. Perché quindi tornarci? No, sarebbe stato molto più semplice non andarci più, perché alla fine, non c’era assolutamente motivo per tornare.
Arrivato a casa fu grato di non trovare i soliti morti sul pavimento. “Dove cazzo sei stato?”
“A farmi una sega. Mikey, dove cazzo vuoi che sia stato? A lavorare! Tu
piuttosto, hai l’affitto di questo mese?” Ash sentì per un attimo le mani di padre Josh fra le sue e fu tentato di dire al Topo dove avesse passato le ultime ore, ma pensò fosse meglio tacere. Non avrebbe capito. Perciò annuì, semplicemente, “L’affitto?” “Ce l’ho, ce l’ho. Ultimamente sto migliorando… seguendo i tuoi consigli, si guadagna molto di più” “Hai comprato i preservativi?” “Se hai bisogno, puoi prendere quelli nel cassetto” “Ma scusa, non erano i tuoi?”
Mikey si strinse nelle spalle, guardandosi intorno.
“I clienti pagano di più senza” “Sei un cazzone, Mikey, non è la faccia. E’ solo che sei un cazzone. Rischi troppo” “Ho già una madre, Ash” “Che non t’ha insegnato un cazzo.” “Beh” si strinse nelle spalle Mikey “Era troppo impegnata a scoparsi i suoi di clienti per spiegare a me come si faceva” rise e anche Ash non riuscì a mantenere la faccia seria. “Sta’ attento Mikey, promettimelo” Il Topo annuì, ma Ash sapeva benissimo che, per qualche sterlina in più, il Topo avrebbe dimenticato immediatamente la sua promessa. Entrò nella sua stanza e si buttò sul letto, sospirando. Cercò di scrollarsi di dosso quella sensazione di incompiuto, quella sensazione nostalgica che aveva addosso, ma non riuscì. Si rimise a sedere sul letto e tirò fuori il maglione strappato dalla borsa. Lo guardò, brutto e anonimo, come se lo ricordava, slabbrato e strappato in più punti, scucito in altri. Non si era reso conto di quanta forza aveva messo, quando aveva tirato per riprenderselo. Si accese una sigaretta e lo indossò, sopra la sua maglietta di cotone. Brutto e sgualcito, il maglione comunque conservava l’odore di quel posto. Forse della casetta, forse della chiesa… Inspirò l’odore e spense subito la sigaretta, magari l’avrebbe alterato.
Che cosa stava facendo? E che cosa voleva fare? S’impedì di farlo, ma lasciò che il suo labbro inferiore tremasse, nessuno spettatore ignoto l’avrebbe visto. Non era importante, tanto non sarebbe tornato. Ora bastava dormire, il giorno dopo sarebbe dovuto apparire riposato.
Ormai era Dicembre inoltrato, faceva un freddo cane. Solito posto, solita ora, questa volta però schiacciati vicino alla parete del palazzo, per ripararsi dal freddo. Ashley non era più tornato in chiesa, ormai era qualche settimana che aveva ricominciato la sua routine. Casa-letto; letto-lavoro; lavoro-casa. Monotono, forse, ma lui ci era abituato. Eppure non passava giorno in cui non pensasse alla sua chiesa o a padre Josh, a quanto il tè in bustina fosse cattivo e a quanto cazzo facesse freddo, in quella città di merda. Bisognava coprirsi o stare al caldo. Lui non aveva né più il maglione, né tanto meno un posto dove scaldarsi, quindi continuava con quello che sapeva fare meglio. C’era qualcosa che ancora non capiva bene di se stesso: che cosa sperava di trovare in Joshua? Ben presto si era reso conto che quella domanda era posta in maniera sbagliata. Che cosa aveva trovato in Padre Joshua? C’erano state risposte semplici, altre più complesse. C’era stata quella completa assenza di compassione che ad Ashley era sfuggita all’inizio e che ora l’aveva imbrigliato in un pensiero costante. Ma probabilmente, c’era stata l’interruzione della solita vita, del solito tran tran, che l’aveva illuso che, forse, qualcosa da fare può esserci. Ed era per quello che il pensiero di padre Joshua continuava a rimanere vivo sulla sua pelle e preponderante nella sua mente: padre Joshua significava l’illusione che si potesse desiderare qualcosa. Fosse anche prendersi una tazza di tè. Ma quella sera si doveva solo lavorare. “Ehi, Ash, cazzo pensi?” Ash non rispose. “Guarda che quella macchina sta aspettando te” Un’auto nota, nera, da ricco. Anzi, meglio, da ricco rott’in culo. “Sei tornato?” chiese Ash al suo cliente, appena entrato in macchina. “Sì, disse l’altro “ ho una settimana di lavoro qui e…” “La moglie non c’è” gli concluse la frase Ash avvicinandosi al collo dell’uomo. |