Titolo Italiano: La lingua perduta delle Gru
Titolo Originale: the lost language of Cranes
Autore: David Leavitt
Casa Editrice: Mondadori (per l’Italia)
Scheda a cura di: Belial
Inserita il: 30 ottobre 2005
Positivo: Coinvolgente, struggente in alcune
parti. personaggi molto realistici
Negativo: La traduzione italiana.
Consigliato a chi: apprezza le storie con più punti
di vista, a coloro che sono stati insicuri di sè
Trama: Philip è un ragazzo omosessuale.
Lo sa da sempre. Lentamente, nel corso della sua vita, ha reso nota la sua
sessualità, ma mai ai propri genitori. Philip in primis però,
è un romantico ed un idealista. Sa che la sua “condizione”
lo porterà ad avere grosse difficoltà nel mondo e soprattutto
in casa. Quando incontra Eliot, un ragazzo molto più sicuro di sé,
con molta più esperienza del mondo, se ne innamora perdutamente. Il
suo, però, è un amore con poche basi realistiche, la sua estrema
necessità di ricevere continue conferme, di essere amato e finalmente
accettato per quello che è, lo logora e logora il rapporto che, da
parte dell’altro, è vissuto in maniera molto meno intensa. Cieco
di fronte all’evidente, Philip però trova la forza (nel rapporto
con Eliot) per dire la verità ai suoi genitori. Dapprincipio viene
frenato dall’esperienza di Jerene, coinquilina lesbica di Eliot, che
racconta come, una volta che i suoi genitori sono venuti a sapere della sua
omosessualità, l’abbiano disconosciuta e abbiano troncato completamente
i rapporti con lei. Ma Philip ritiene che i suoi genitori siano diversi, quindi
dopo una reticenza iniziale, fa outing.
Questo scatena una serie di eventi che si dipanano per tutto il libro: la
madre, Rose, una donna forte, ma semplice nella sua quotidianità, apprende
e interiorizza la notizia del figlio come fosse un problema a cui far fronte
da sola. Peggio, però, è la situazione di Owen, il padre, che
di fronte alla dichiarazione del figlio, scoppia in lacrime perché
incapace di mantenere tutti quei muri, difese e convinzioni costruite durante
gli anni per nascondere la propria omosessualità (considerata ai suoi
tempi, una malattia e fuorilegge).
Se Philip viene risucchiato nella disperazione, quando Eliot lo lascia scappando
e non facendosi più sentire, la sua famiglia deve scontrarsi con la
menzogna nella quale hanno vissuto per così tanto tempo. Rose, donna
sveglia e perspicace, capisce subito tutto quello che non è stato detto
dal marito per questi anni. Piano, lentamente e spesso inciampando, sia Philip,
sia Owen sia Rose devono cercare di fare fronte a una perdita, ma solo Philip
ha dalla sua, la vita. Mentre i genitori, anche se solo cinquantenni, si sentono
a corto d’aria.
Sullo sfondo New York, viva e pulsante, spesso decadente, ed una serie di
figure buffe, sfrontate, cattive o innamorate che arricchiscono il panorama
perfettamente realistico del libro.
Commento: Una prima nota, purtroppo, dev’essere
dedicata alla traduzione, che è disgustosa. Non fraintendetemi, non
dico questo per spocchia culturale o malcelato snobismo, dico questo per la
signora (o signorina) Delfina Vezzosi, che sarà magari anche brava
come traduttrice di testi generici, ma non ha speso mezzo minuto sullo studio
della terminologia inglese gay. E vi assicuro che io non ho assolutamente
fatto studi approfonditi a riguardo, quindi il fatto che io conosca alcune
espressioni o alcuni termini e lei no, mi dà da pensare che sull’argomento,
la conoscenza della signora, sia tabula rasa. Cito testualmente per farvi
capire
“… Philip sbadigliò. ‘Sì’ disse ‘Era
molto attraente, e molto molto regolare.”
Detta così, uno si potrebbe aspettare che questo tipo attraente avesse
dei lineamenti regolari, o un comportamento poco estroso. Al massimo che fosse
un extracomunitario con permesso di soggiorno. Regolare è la malsana
traduzione di straight, che non ha un vero corrispettivo italiano, e che sarebbe
stato sufficiente tradurre con eterosessuale. E’ vero che “regolare”
nel contesto può essere intuito. Ma è anche vero che Delfina
non mi deve fare intuire la traduzione, né tanto meno me la deve fare
interpretare.
E questo è uno dei tanti esempi sui quali io mi sia fermata e mi sono
chiesta che cosa Leavitt in realtà avesse scritto, e poi ho capito.
Non oso immaginare tutte le altre stranezze in cui sono incappata, e per le
quali, non avendo il testo a fronte, non mi sono riuscita a dare una spiegazione.
Ma torniamo a quello che è più importante,
ovvero al libro in questione.
Leavitt è uno scrittore che ho conosciuto da relativamente poco, ma
m’ha catturata subito. A differenza di alcuni libri “gay”,
Leavitt dà ampio spazio all’introspezione, è fondamentalmente
un romantico. Ovviamente si tratta di un uomo alla scrittura, quindi scordatevi
lo yaoi e sappiate a cosa andate incontro. Se all’inizio del libro temevo
di trovarmi di fronte a qualcosa di irrealistico (padre e figlio gay, madre-coraggio
che nonostante tutto tira avanti), in realtà La Lingua perduta delle
gru tutto è fuorché questo. Tutti i personaggi sono così
tratteggiati e ben definiti che, indipendentemente dal punto di vista cui
ci si trova di fronte, si finisce per amare e spesso condividere le ansie,
le preoccupazioni, gli amori dei personaggi. E’ proprio questa incredibile
tridimensionalità di Philip, Owen e Rose, ma anche di Jerene e Brad
(anche se in realtà se ne parla pochissimo nel libro) che ti cattura
e dopo poche pagine ti porta a considerarli “persone note da sempre”.
Eliot è l’unico vero carente, da questo punto di vista, ma credo
sia voluto perché è un personaggio che deve risultare freddo,
distaccato e fondamentalmente egoista. Philip viene sempre imputato di egoismo,
quando in realtà è solo incapace di sostenersi da solo, soprattutto
all’inizio del racconto. E’ Eliot in realtà, che appare
come “emotivamente frigido”.
Se Philip è un personaggio in divenire (tanto che aiuterà lui
il padre dopo l’outing di quest’ultimo e la vita vissuta che di
conseguenza ne viene sgretolata), Owen è un personaggio che evolve
“involvendo”. Tutti i sotterfugi, le menzogne, la gabbia in cui
s’è autoimprigionato per tutti questi anni si dissolvono, e lui
fa quello che avrebbe dovuto fare 30 anni prima. Piange, piange sempre, ma
non può (e non vuole più) porre rimedio a ciò che in
realtà è.
In ultimo Rose, è il personaggio solido, che ha una vita vissuta importante,
mai sopita, che affronta quello che per lei è un dramma con una dignità
rara. La cosa che apprezzo in particolare è che il suo dramma non si
focalizza sull’omosessualità del figlio. Rose non ha nulla contro
i gay, rimane turbata alla notizia, ma la sua reazione è umana e sicuramente
non aggressiva. Il dramma che lei vive è lo scoprire, subito dopo la
confessione del figlio, l’omosessualità del marito. Scoprire
quindi, che il presupposto della sua vita negli ultimi trentanni, è
una bugia, una facciata fittizia a cui lei ha creduto e da cui lei è
stata ingannata.
Il finale è abbastanza aperto, lascia intravedere il futuro, ma non
lo scrive, perché in fondo, si tratta di uno spaccato di vita. Tuttavia
non ti lascia l’amaro in bocca, anzi. Il figliol prodigo pare aver fatto
fronte alla perdita di Eliot ed essere finalmente ricambiato nel suo amore.
Giudizio complessivo: ![]()
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